Technoball, il rugby tra fatica e tecnologia

Il rugby è ancora fisicità, tecnica, sudore, gioco di squadra. Ma la tecnologia e i dati sono un supporto decisivo per coach e preparatori atletici che con droni, tracker GPS, hardware e software sono in grado di tracciare in real time le prestazioni dei giocatori.

Odore di canfora e sifcamina che viene su da polpacci e caviglie, mani dinoccolate da portuali, orecchie stirate nella mischia, nasi rotti sotto i quintali degli avversari. Il rugby non è il calcio, e si capisce subito. Sì, il campo è verde, niente di nuovo, c’è anche una porta a forma di H, si chiama meta, un centimetro oltre la linea bianca e fai segnare i punti sul tabellone. D’accordo, ma quella palla la devi accompagnare con le mani fin sotto l’altare, correndo in avanti ma passandola all'indietro a uno degli altri 14 compagni di squadra.

È questa la regola più bella del rugby, perché impone la condivisione del gesto atletico. Perché, se tieni alla tua azienda, sai che non puoi stare in catena di montaggio, al collaudo, in magazzino, al reparto consegne, al marketing e alla vendita al dettaglio nello stesso momento. Mica puoi fare tutto da solo. Nel rugby i centimetri contano, i metri contano, un passo in più o in meno, in anticipo o in ritardo con la palla in mano significa un placcaggio, ricominciare da capo, vuol dire altra fatica non solo per te ma per tutta la tua squadra.

Il rugby in Italia

In una frazione di gioco c’è tutta la storia di questo sport, che in Italia ha sempre avuto il volto del proletariato, di uomini che soprattutto nel Nord Est sembrano aver combattuto una nuova battaglia lungo la linea del Piave.
Padova, Rovigo e Treviso, nella roccaforte del Veneto, che oggi per tutti è la Benetton Treviso, la squadra che costruisce gran parte dell’ossatura della Nazionale azzurra.

Giocatori e ruoli precisi come il flanker, agile e veloce, con il compito di tenere stretta la morsa nella fase di mischia e di staccarsi al volo pronto al placcaggio appena c’è il possesso di palla. Il tallonatore, che insieme ai due piloni forma la prima linea: tocca a lui tallonare, in pratica arraffare con i piedi la palla nella mischia. O il fullback, il giocatore che rimane nella posizione più arretrata, in difesa per placcare gli avversari che si avvicinano alla linea di meta, ma con buone doti di contrattacco, uno che se non lo tieni d’occhio te lo trovi a correre in campo aperto con lo scatto di un centometrista.

Uomini che allenano il fisico tutta la settimana: spalle, collo, pettorali, le parti che più interagiscono con il placcaggio. Ma anche gambe, che devono essere forti per spingere nella mischia e correre per lunghe distanze: panca, squat e addominali per avere la necessaria stabilità durante il contatto fisico. Più resistenza durante la preparazione al campionato e più forza nelle gare della stagione.

Head of performance: il ghost player del rugby

Ma i chili di ghisa, i carichi più o meno pesanti, tutti gli esercizi devono essere monitorati e analizzati per sfruttarne il massimo potenziale. Al rugby italiano serviva un nuovo professionista, arrivato lo scorso giugno direttamente da Leicester: Pete Atkinson, 48 anni, inglese, Head of Performance per la Nazionale e le franchigie voluto dal coach Conor O'Shea.

È lui l’uomo che diventa il punto di congiunzione tra i giocatori, l’allenamento e la tecnologia: "Ci avvaliamo di risorse esterne e di strumenti tecnologici che possono aiutarci a capire il livello di partenza e a tracciare i miglioramenti, creando anche dei protocolli di lavoro nei giorni di allenamento senza contatto con l’obiettivo di gestire gli infortuni mantenendo alto il livello di fitness. In ogni caso, preferiamo lavorare con il principio del fucile da cecchino, piuttosto che con il fucile a pompa. Ogni atleta è diverso e, sulla base dei test eseguiti e dei riscontri avuti da questi test, è possibile adattare i carichi di lavoro".

Real time data: la tecnologia che porta alla meta

Ma di quale tecnologia parla Atkinson? Si parte dai sensori GPS che permettono di tracciare vari parametri come la distanza totale, quella percorsa ad alta velocità, ad alta accelerazione o decelerazione, la potenza metabolica media o la spesa energetica totale. Con lo scopo di riesaminare le sessioni di allenamento e di gara, il genere e l’intensità dei movimenti, dando in mano ai coach i dati utili alla pianificazione di uno schema di gioco in vista di una partita. Si prosegue poi con altre piattaforme di hardware e software in grado di restituire dati in real time (o comunque in meno di un minuto) sulle prestazioni neuromuscolari e sullo stato di fitness dei giocatori.

Insomma, non si scrutano le stelle per capire quale strada seguire per allenare una squadra della Nazionale ma, per esempio, far alzare un drone in cielo è una buona strategia. Già, una telecamera in volo sopra il campo porta una nuova prospettiva di osservazione rispetto a quella da bordo campo: "Il drone ha la sua importanza nella qualità dell’immagine che produce – spiega Simonluca Pistore, assistente video analyst della Federazione Italiana Rugby – con una fotografia dall'alto che ci permette di vedere bene la disposizione dei giocatori in campo, di capire le loro profondità e distribuzione durante le azioni."

Tecnologia statistica e intuizione, due buone compagne di squadra

Non è quindi sbagliato considerare un giocatore come un utente che ogni giorno naviga sul web, fa un acquisto su una piattaforma di e-commerce, controlla e posta un messaggio sui social media, ormai consapevole di essere tracciato e profilato, di ricevere offerte mirate in base alle sue abitudini online.

Perché quella di questo e molti altri sport è una sfida che ormai si gioca sul campo dei dati e della loro aggregazione, ma sempre a supporto delle scelte dei professionisti, come conferma Atkinson: "Certo, la tecnologia ha un impatto crescente nel mondo del rugby professionistico e, dal momento che sono i dettagli individuali a fare la differenza, tutti questi strumenti acquistano un valore se hanno un impatto sullo sviluppo dell’atleta. Credo cioè che la tecnologia possa mettere nella condizione di fare le scelte migliori, ma che non possa sostituire l’aspetto umano e la percezione nel processo di selezione".

E torna subito in mente il film Moneyball con Brad Pitt nei panni di Billy Beane, il vero (ex) general manager della squadra di baseball Oakland Athletics che nei primi anni del Duemila ingaggiò un giovane laureto in economia a Yale per valutare i giocatori in base alla sabermetrica, l’analisi attraverso le statistiche di gioco. Da una parte numeri e dati, dal'altra l’esperienza e l’intuizione degli osservatori. Due componenti che devono trovare un accordo di convivenza perfetta, visto che oggi anche il rugby ha una sua piattaforma di match analysis sviluppata con IQUII, che mette insieme i dati disponibili e li analizza in maniera trasversale, componendo un database dei giocatori suddivisi per ruolo per il monitoraggio della performance sia tecnica sia fisica.

Uomini e report, giocatori e fatica, sudore, un centimetro alla volta verso la meta. Come direbbe Al Pacino in Ogni maledetta domenica: "Questo è essere una squadra signori miei, o noi risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente".

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