Il sudore della laguna veneta

La voga alla veneta è più di uno sport. È storia, tradizione, sforzo, tecnica, solitudine. È l’unione di tre elementi: l’acqua, l’uomo e il legno di una barca che respira, che devi sentire sotto le gambe se vuoi vincere quelle regate che si svolgono in un luogo unico, la laguna veneziana.

Il sapore salmastro è avvolgente, ancora di più quando lo specchio d’acqua di fronte a Malamocco, la striscia di terra a sud del Lido di Venezia che separa il mare dalla laguna, si distende pigramente lungo un caldo pomeriggio d’estate. Qui si svolgono le eliminatorie di tutte le regate comunali, in un’atmosfera di quiete che stride con la frenesia del centro storico sovraffollato di turisti, sfregiato da un infinito corteo di barche a motore che sembra non trovare mai pace.

Davanti al pontile galleggiante dove prendono posto cronometristi e direzione gara, la tranquillità è interrotta dall'urlo di uno sparuto gruppo di supporter che incita tutti, dal primo dei giovanissimi all'ultimo dei campioni.

Dai, forza! Allungati, allungati… Non mollare, non mollare, dai che ti ghea fa!

Un urlo secco e distinto che si spegne esausto nell'afa che lo circonda. Nulla a che vedere con il boato da stadio che accompagna la sfida in Canal Grande durante la Storica, quella è roba da far accapponare la pelle. Eppure qui, nell'inerzia di un luogo che si abbandona alla lentezza del suo ritmo naturale, l’impatto emotivo con gli equipaggi in gara è altrettanto forte, le urla di incitamento che si perdono nell'aria esaltano la solitudine dei regatanti che, a distanza di 30 secondi uno dall'altro, si sfidano lungo il tratto di laguna che costeggia Malamocco.

La traiettoria del legno

I gondolini, le barche dei campioni, così come le altre barche riservate alle donne e ai giovani, appartengono al Comune di Venezia, tutte numerate e ognuna con un colore diverso. Vengono sorteggiate prima della regata, così come le corsie di partenza; devi quindi averle vogate almeno una volta in precedenza perché le barche, si sa, non sono tutte uguali e l’esperienza ha anche qui il suo valore. «Una volta li ho messi in acqua tutti quanti, uno vicino all'altro, e non ce n’era uno che fosse all'altezza dell’altro. Magari di poco ma erano tutti diversi, e quel poco quando sei a bordo sotto spinta fa la differenza». La saggezza e l’esperienza del vecchio campione veneziano del remo Sergio Tagliapietra, in arte Ciaci, aiutano a comprendere che le barche sono sempre e comunque frutto di un lavoro artigianale che risente di mille variabili legate alle diverse fasi di realizzazione.

Il legno è materia viva, respira, reagisce ai cambiamenti atmosferici durante la lavorazione ed è destinato a entrare in contatto con l’acqua, con la vita della laguna, ne interpreta gli umori e il carattere, si adatta, si fa traiettoria.

Sì, la voga alla veneta è questione di traiettoria, perché dopo lo sforzo pazzesco fatto alla partenza, nella cavata, nel tentativo di uscire dalle corsie per primi e prendere la testa della regata, ci sono altri sei o sette chilometri di gara da gestire. E lì diventa tutto un lavoro di direzione, sia per chi sta davanti e sia per chi segue, una sottile linea di confine al di là della quale c’è la possibilità di vincere entrando nella leggenda o di perdere, gettando nelle strette acque del canalasso le ultime speranze di riuscire a spuntarla.

Il gondolino è una barca viva

Vita e morte. Una contrapposizione che spesso ritorna quando si parla della laguna veneziana, dei suoi ritmi, delle sue tradizioni. Come nel caso della voga alla veneta, uno sport così particolare, unico, legato alla singolarità di un territorio in cui l’acqua è elemento che da sempre ne regola la sopravvivenza.

«L’Otto del canottaggio è una barca bellissima da vogare, ma se dovessi fare un paragone con il gondolino direi che con l’Otto stai vogando sopra una barca morta distesa sull’acqua, mentre con il gondolino stai vogando su una barca viva! Il gondolino si muove, reagisce al vento, alla corrente, al moto ondoso, non sta mai fermo e non ti basterà una carriera intera di regate per arrivare a capirlo del tutto». La descrizione della formula uno delle barche usate per le regate della voga alla veneta è ancora di Ciaci, raccontato dal giornalista Antonio Padovan in uno splendido libro, Una vita per il remo, che riassume la storia di una delle leggende di questo sport, delle gare, del territorio. Un’elegia di nomi che evocano feste religiose (la Sensa, la Festa dell’Ascensione o quella del Redentore, forse la più famosa tra le feste popolari veneziane), isole della laguna come Burano o Sant’Erasmo, terra di famosi campioni della specialità, e la Storica, la regata per antonomasia.

Fatica e sacrificio già dagli otto anni

Una stagione intensa di gare che coinvolge una sempre più ristretta base di appassionati locali, educati sin da ragazzi ad affinare la sensibilità, l’equilibrio e la tecnica di voga necessari a far scorrere la barca sulla superficie dell’acqua. Un movimento armonioso in cui la spinta coordinata sugli appoggi delle gambe e delle braccia raggiunge la massima efficacia solo a patto di «saper sentire la barca che scivola sotto le gambe, sotto il fondo, una cosa che arriva dall'intelligenza di saper sfruttare la forza esercitata sul remo: è qualcosa che probabilmente è già dentro di noi e che nessuno potrà mai insegnare». Se per il campione del remo la magia della crescita di un regatante è legata alla presenza o meno del talento, per chi lavora sulla diffusione della voga alla veneta tra i giovani la questione è diversa: «Uno sport come questo che ha nella fatica e nello spirito di sacrificio le sue caratteristiche, oggi ha sempre meno fascino tra i giovani veneziani e con l’aumento del traffico acqueo in laguna, ormai incompatibile con quella che può essere una normale attività di allenamento, non è facile farli salire sulle nostre barche».

Graziana Pavanello, due volte vincitrice della Regata Storica per gli equipaggi femminili, è una delle socie più attive della Canottieri Querini, la centenaria società di rematori che allena solo ragazzi e ragazze sotto i 15 anni. «Già all'età di otto anni si può vogare sulle schie, le piccole barche con cui i bambini possono imparare, si sale poi di categoria fino ad arrivare alle maciarele, le barche con cui si sfidano i ragazzi fino ai 15. Le regate per loro sono più o meno sui due chilometri, un quarto d’ora di regata che a quella età è più che sufficiente».

L’allenamento alla Canottieri Querini

Angelo Dall’Acqua, capo cantiere della Querini, ci introduce nella sede della società in cui sono ricoverate barche che hanno una storia importante, compresi alcuni scafi da canottaggio, o voga all'inglese, che vengono noleggiati agli appassionati stranieri in occasione della Vogalonga di fine maggio.

Nella struttura del cantiere ci sono persino una vasca che serve per simulare la tecnica di allenamento in acqua nel canottaggio e una piccola palestra per completare la preparazione dei giovani atleti: «Viene utilizzata soprattutto d’inverno ma non serve fare granché. Qualche macchina, pochi pesi, al massimo usiamo dei remoergometri quando non ci sono le condizioni per uscire. Il muscolo dei regatanti deve rimanere elastico, per cui si fa un lavoro sul circuito e non sulla forza. In questo sport lo sforzo maggiore in regata è lo sprint alla partenza poi, una volta fuori dalle corsie serve la resistenza per mantenere alto il ritmo fino alla fine. Oggi il livello dei campioni è altissimo, più di qualcuno svolge una preparazione specifica con un personal trainer e un nutrizionista. Ovviamente c’è stata un’evoluzione anche qui come in tutti gli sport, ma il cosiddetto fartlek (velocità e resistenza) si fa in barca». Come del resto hanno sempre fatto i campioni di una volta, trasformando il duro lavoro in allenamento quotidiano.

 I muscoli dei Campioni Pescatori

Ciaci, Veleno, Crea, Strigheta, Ciapate, Arsenico… In ogni veneziano che abbia superato da un po’ i 50, questi sono soprannomi che evocano leggende, roba da farfalle nello stomaco, come se parlassimo di Muhammad Alì a un pugile, di Fangio a un pilota, di Pelé a un calciatore. E fino a qualche tempo fa, le leggende della voga alla veneta, oltre a essere venerate in città come dei veri e propri idoli, riuscivano anche a vivere di questo. La vittoria alla Storica valeva quasi 30 milioni di lire a equipaggio. Vincere all'epoca significava comprarsi una casa nel giro di pochi anni.

Oggi un traguardo alla Storica vale molto meno. Ma remare ogni giorno come gondoliere (la maggior parte dei regatanti), in una realtà veneziana da tempo disegnata dai flussi turistici, rimane comunque un buon lavoro. Insomma, i guadagni delle regate non bastano più per pagarsi un sostituto durante gli allenamenti ma va considerato il fatto che alcuni campioni di un tempo venivano da realtà molto più complicate e faticose. Ciaci, figlio di pescatori, nato nell'isola di Burano nel 1935, descrive così le sue giornate durante la stagione della pesca a seragia (con le reti), da marzo a ottobre: «Si restava fuori in laguna 12, 13 giorni, seguendo il ciclo dell’acqua, dormivamo e cucinavamo in barca, in quattro per ogni caorlina, sveglia alle tre e mezza di mattina, appena prima dell’alba, camminando nel fango per tutta la lunghezza delle reti». E non era finita lì. Il pesce veniva conservato nel ghiaccio e ogni notte Ciaci o uno dei suoi fratelli vogava con il carico del giorno prima verso il mercato di Rialto in tempo per l’apertura. Poi tornava indietro per raggiungere gli altri in laguna.

Allora capisci che la voga alla veneta è anche e soprattutto un tributo. Ogni palada, ogni colpo di remo, ogni goccia di sudore non rappresenta nient’altro che un gesto di gratitudine a chi ha vissuto un mondo fatto di fatica, di sacrificio, di devozione, di lavoro. E alla fine anche di passione per lo sport. Passione vera. Capisci che è un inno alla vita, cantato in silenzio, in solitudine, nella fragile sacralità di un luogo che di quel mondo ideale ha forse perso ogni speranza di potersi riappropriare. Capisci che la voga alla veneta è una questione di vita o di morte.

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