Stato di flow, stato di grazia

Cosa succede alla percezione di uno sportivo quando entra in quello stato di trance in cui il tempo, lo spazio e l’azione perdono di assolutezza e assumono il senso di un’esperienza totalmente intima e personale? Ce lo spiega la psicologia del flow
Accadono nella vita momenti particolarmente intensi in cui il tempo e lo spazio smettono di essere categorie assolute, tutto sembra girare all’unisono e le cose vanno esattamente come devono andare. L’essere è come rapito, ed entra in uno stato di trance in cui le azioni sembrano prescindere dal controllo razionale della coscienza. La concentrazione è massima, corpo e mente vivono un equilibrio osmotico per cui la psiche, totalmente focalizzata sull’obiettivo, guida le membra nello svolgimento di ogni compito. Questo stato di estasi è quello che la scienza chiama flow.

Il flow è un concetto interdisciplinare che si estende all’arte e alle attività creative, al gioco e alla pratica sportiva, alla religione e alle relazioni interpersonali. Sebbene sia stato raccontato da poeti e letterati, nonostante i mistici lo abbiano descritto per fare proseliti, il flow è stato formalmente teorizzato solo in tempi recenti, nel 1975, grazie al lavoro dello psicologo Mihàly Csikszentmihaly.
Stando alle sue parole, il flow si definisce come uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in quello che sta facendo; è una condizione mentale e fisica caratterizzata dal totale coinvolgimento dell’individuo e fondata su tre variabili: focalizzazione, motivazione e gratificazione dell’atto.
Il flow è l’ispirazione che guida il processo della creazione artistica, è l’essenza dello zen nella pratica della meditazione, ed è la mano invisibile che sostiene gli atleti nella prestazione ottimale. In gergo sportivo si parla di “zona” o, spesso, di trance agonistica. L’atleta è nel flow quando raggiunge, nemmeno lui sa come, il massimo risultato espressivo, la prestazione ottimale.

Ero in pole position ed avevo almeno due secondi di vantaggio su tutti, quando ho realizzato che non ero consapevole di come stessi guidando. Seguivo l’istinto e continuavo ad andare, privo di ogni senso del limite. Ad un tratto ho capito di essere stato catapultato in un’altra dimensione e ho avuto paura. La mia prima reazione, a quel punto, è stata di rallentare e tornare ai box

Così Ayrton Senna descrive lo stato di trance agonistica raggiunto durante le qualifiche del Gran Premio di Monaco del 1988, episodio che qualcuno è arrivato a indicare come “il giro più veloce di sempre”. Nella testa del pilota risuonava un unico imperativo, guidare al massimo, mentre tutto il resto era escluso dalla sua percezione, compresi il senso del limite e la paura del pericolo.

Io non ho paura di sbagliare

Abilità, metodo e capacità di concentrazione sono le caratteristiche del campione; nonché le qualità con cui Bela Kaloryi ricorda la sua giovane allieva Nadia Comaneci, l’enfant prodige della ginnastica artistica, la campionessa bambina passata alla storia per essere la più giovane atleta di sempre a vincere un titolo olimpico. Montreal, 1976. Nadia aveva 14 anni, 8 mesi e sei giorni; frangetta sugli occhi, un nastrino bianco e rosso per raccogliere i capelli in una coda di cavallo, e il numero 73 impresso sul retro dell’iconico body Adidas di lycra bianca. 162 cm per 45 kg, mani e piedi segnate dal magnesio che assorbe il sudore e migliora l’aderenza sul legno di travi e parallele su cui volteggia lo scricciolo che, in quell'occasione, si aggiudica il primo di una lunga serie di ori nella ginnastica artistica.
La memorabile esibizione di Nadia Comaneci, alla ventunesima edizione dei Giochi Olimpici, è indiscutibilmente uno dei momenti più alti della storia dello sport. Equilibrismo sulla trave, volteggio alle parallele e ginnastica a corpo libero: la stessa routine che Nadia esegue da anni e che lei stessa, ricordando il giorno in cui la sua vita cambiò per sempre, definisce come niente di speciale: Non mi sembrava di aver fatto un esercizio perfetto, l’avevo provato così tante volte che sapevo di poterlo fare persino meglio”. Eppure la piccola comunista che non sorrideva mai - parafrasando il titolo del romanzo biografico della scrittrice Lola Lafon - mandò in tilt i sistemi elettronici che computavano i punteggi. I tabelloni dell’epoca, infatti, non prevedano numeri a due cifre, perché nessuna giuria si sarebbe mai presa la responsabilità di giudicare un’esibizione con il voto 10. Quanta umiltà e quanta modestia nelle parole di Nadia che, in effetti, parlava poco e sorrideva raramente e, commentando la sua vittoria, dichiarò di essere semplicemente felice. Solo qualche anno dopo troverà le parole per rielaborare l’esperienza che visse a Montreal. Nadia, all'epoca, non sapeva di essere destinata a diventare un mito; lei voleva solo fare ginnastica e, quando si allenava con il suo maestro, quando si esibiva davanti a folle oceaniche, il suo pensiero era interamente rivolto alla perizia del movimento.
Nadia Comaneci, come Ayrton Senna, entrava nella zona. Tutta concentrata su movenze, volteggi, atterraggi, cavalcava il tempo e diventava un unicuum con lo spazio. Nella sua testa non c’erano orologi né punteggi, c’era solo l’importanza di svolgere una routine perfetta.

10 non è il massimo

La stoffa del campione sta tutta nella personalità. Le anime nobili e valorose si mettono perennemente in discussione, non sono mai paghe di sé, mai soddisfatte dello sforzo, mai definitivamente entusiaste della performance. E’ come se non fossero in grado di riconoscersi il privilegio di essere dei privilegiati, di avere il merito di possedere quel quid che li distingue dalla media dei competitor. Probabilmente perché sanno che non si tratta di un dono divino e che un grande risultato si ottiene con un  grande sacrificio. La peak performance, la prestazione ottimale, dipende da una serie di imprescindibili fattori: l’intensità dell’impegno, la padronanza di sé e il controllo della disciplina per acquisire la tecnica, cui si somma la capacità di restare focalizzati sull'obiettivo per identificarsi completamente nell'azione che si sta svolgendo.

Movement is art and our body is the instrument. #trainyourdream

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Il 10 perfetto di Nadia Comaneci alle Olimpiadi di Montreal rappresenta la quintessenza della ginnastica artistica. E la sua umiltà priva di pose è la stessa umiltà di fondo che leggiamo negli occhi di Francesco Totti, il Capitano della Magica, la Roma che mai ha tradito e che quando ha lasciato ha pianto. Francesco Totti, che sia caso o cabala, vestiva la maglia numero 10. Come Pelè, il piccolo e modesto Re del calcio, il calciatore del secolo che in campo trasfigurava nel flow, lasciando tutti a bocca aperta. “Era una specie di euforia. Avrei potuto correre tutto il giorno senza stancarmi, sentivo che avrei potuto dribblare ogni avversario, passargli attraverso. Mi sentivo immortale. Era una sensazione stranissima, che non avevo mai provato. Come se fossi talmente sicuro di quello che stavo facendo da sentirmi invincibile”. È così che il brasiliano descriveva il suo modo di essere nella zona, la trance agonistica in cui il tempo, lo spazio e l’azione hanno un senso totalmente personale.
Difronte a cotanta maestria, anche i numeri perdono il loro valore assoluto. Dieci non è il massimo; per qualcuno, ad esempio, il massimo è 13. Tredici passi bastavano a Edwin Moses per bruciare la distanza tra un ostacolo e l’altro nei 400 metri a ostacoli, disciplina che lo vide campione indefesso per 9 anni 9 mesi e 9 giorni quando, dopo 178 vittorie su 187 gare, per la prima volta non vinse nulla. Era il 4 giugno 1987, una giornata storta.

Se il tuo giorno cattivo coincide con il giorno sbagliato per esserlo, sei fuori dai giochi. Devi essere nella forma perfetta nel giorno adatto, quello che capita ogni 4 anni [le olimpiadi], dopo ore e ore di allenamento, il momento che non conosce alternative né contempla possibilità di replica. Eseguire la migliore performance nel momento giusto: questa è la definizione di campione

Fenomeni paranormali. E paralimpici.

Edwin Moses è altissimo, la sua fisicità è ideale per la corsa a ostacoli e la sua assoluta eleganza nel salto ne è la dimostrazione. Se volessimo dirlo con le parole del giornalista David Epstein, autore di “The Sports Gene”, lo descriveremmo come la perfetta risultante di quel meccanismo di selezione naturale - The Big Bang of Body Types - che rende conto di quella specie di salto evolutivo che ha ridefinito la forma del corpo, e ne ha “creati” di altamente specializzati per un certo tipo di sport. Avere talento ed essere nella zona, nel caso di Edwin Moses - e dei velocisti etiopi, ad esempio -, aggiunge qualità alla qualità.
Il corpo, soprattutto per l’atleta, è croce e delizia, è il mezzo e il limite, la gloria e il sacrificio, il premio e la punizione. Gli sportivi professionisti hanno tutti una data di scadenza. Quando Nadia Comaneci inizia a diventare più donna, a mettere sù fianchi e seno, capisce che è il momento di ritirarsi. Nel pubblico si diffonde una sorta di rabbia, di disprezzo, di vergogna nei confronti di quella trasformazione, e questo nonostante lei stesse continuando a vincere - scrive proprio Lola Lafon. C’è un accento critico nelle parole dell’autrice, che sottolinea come questa sorta di violenza mediatica non sia stata altro che la manifestazione ante litteram della strumentalizzazione diffusa del corpo femminile, funzionale a ribadire come le donne, qualsiasi risultato raggiungano, siano sempre vittime del giudizio estetico. Ma alle donne, soprattutto alle sportive, non importa un granché.

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Il flow non conosce genere sessuale anche se è ovvio che, quando il corpo non risponde più ai comandi, si genera un problema. Lo stesso problema che si presenta a priori a chi convive con una disabilità. Esther Vergeer, campionessa paralimpica di tennis, all'inizio neppure ci voleva credere. Poi ha semplicemente dato anima e corpo a quello che più le piaceva, allo sport che le dava soddisfazione e gratificazione massima. Come altri nella sua stessa situazione, è riuscita a trasformare il deficit in risorsa, l’handicap in valore aggiunto. Il suo segreto è lo stesso di Bebe Vio, icona nazionale del Yes, we can: determinazione, padronanza di sé, abnegazione alla causa. Che altro non sono che le chiavi di accesso alla zona mistica della trance agonistica.

E, quindi, cosa ci insegnano tutte queste storie? La morale è una soltanto: l’unico limite siamo noi stessi e la resistenza psicologica che non ci permette di trasfigurare fino alla zona in cui tutto è possibile.

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