Questa stanza è più smart di te

L’industria della domotica ha mostrato una particolare vitalità negli ultimi anni, anche se solo di recente la condizione di quasi costante connessione ha finito per trasformare lo spazio abitativo in una nuova dimensione dove reale e virtuale convivono senza soluzione di continuità, rendendo così scenari un tempo degni della miglior fantascienza assolutamente attuali e alla portata di molti – se non di tutti.

(Poco) internet delle cose

La possibilità effettiva di interconnessioni tra elettrodomestici e sistemi di controllo remoto ha portato i colossi del settore a investire ingenti capitali nell’Internet of Things e in generale nelle applicazioni di tecnologie che consentono di rendere più agevole e spesso anche più sostenibile la gestione della propria abitazione o del proprio posto di lavoro. E non soltanto grazie a impianti di illuminazione, termoregolazione e sicurezza, ma sempre più di frequente anche tramite reti informatiche e di comunicazione integrate in un sistema unico, che ne semplifica e ottimizza il controllo.
Portare l'esperienza della domotica nel mondo dell’industria alberghiera, e farlo bene, presenta però una serie di sfide legate a costi, infrastrutture e sicurezza. Attualmente, sono decisamente una minima percentuale le strutture in grado di mettere a disposizione dei propri clienti tecnologie che vadano oltre chiavi digitali, termostati attivati da sensori e una rete Wi-Fi spesso nemmeno così veloce, ma si contano addirittura sulle dita di una mano le aziende che stanno cercando di effettuare una vera e propria conversione a un sistema unico di controllo tramite piattaforme basate sull’Internet of Things.

Le eccezioni

Public Hotel

Tra le eccezioni, possiamo contare il caso del Public Hotel di New York, che attraverso il suo sito internet permette di procedere al check-in in autonomia e di effettuare ordinazioni al room service. L’hotel, commissionato dal leggendario magnate dell’industria alberghiera Ian Schrager (cofondatore dello Studio 54 di New York City) allo studio svizzero Herzog & de Meuron, cerca di dare una nuova definizione al concetto di lusso partendo proprio dall’importanza del valore dell’esperienza: «Non abbiamo messo un iPad in ogni stanza per il gusto di farlo, con il pretesto di essere un “hotel tecnologico”, come hanno fatto molte altre catene», ha detto Schrager, «Ogni interazione tecnologica è stata considerata per la sua semplicità, la sua efficienza e la sua efficacia». E con orgoglio ha poi raccontato del WiFi più veloce della città, gratuito per chiunque in ogni angolo dell’hotel, del servizio di telefonia mobile che funziona dappertutto, della mobile key, dell’Apple Tv presente in ogni camera e della possibilità di ordinazioni o di comunicazioni in tempo reale tramite un chat bot appositamente progettato.
La catena Accor ha invece iniziato a utilizzare, nelle sue strutture di Parigi, la piattaforma MyWebValet, che consente di contattare il front desk o il servizio in camera attraverso un tablet: affiancandola alla propria app, tramite la quale è possibile ottenere consigli di viaggio e accumulare punti del programma fedeltà, l’azienda prevede di dotare i propri alberghi, più o meno per il 2030, di camere in cui non sia più necessario l’ausilio di alcun dispositivo, grazie alla presenza di superfici interattive all’interno di ognuna.

Butlr, la reception virtuale

A occuparsi dei servizi di concierge digitale, non ci sono solo “valletti” virtuali, ma anche “maggiordomi” altrettanto tecnologici: Butlr è una start up siciliana che vanta tra i suoi clienti e partner Marriott, Sheraton Catania e Hilton Giardini Naxos, e che, oltre a check-in e check-out telematico, offre la possibilità di avere consegne a domicilio dai più rinomati ristoranti della città, di ricevere informazioni sul luogo di villeggiatura o sui servizi offerti dall’hotel, e di fare shopping di prodotti locali senza muoversi dalla propria stanza.
Sembra, così, essersi avviata verso una fine l’epoca in cui il lusso alberghiero era impersonato dalla formalità di un personale in divisa inamidata pronto ad accogliere gli ospiti in arrivo, offrire servizi il più possibile personalizzati o garantire la sicurezza di un check-out veloce e discreto: ben prima di quanto pensiamo, potremo rivolgerci al nostro smartphone per soddisfare sostanzialmente qualsivoglia esigenza.

Connected rooms

In questo senso, Hilton sta testando una piattaforma ideata da zero, dal nome fortemente esplicativo di Connected Room, progettata per rendere alla portata di tutti quella che Christopher J. Nassetta, CEO dell’azienda, descrive come «la prima camera d’albergo veramente mobile-centric»: tramite il telefono, sarà presto effettiva la possibilità di controllare illuminazione, riscaldamento, ventilazione, opzioni di intrattenimento (inclusi i contenuti precaricati e in streaming), accedere alla propria chiave digitale e scegliere la stanza al momento del check-in virtuale. E, inoltre, optare per un programma fedeltà e per una mirata personalizzazione di molti dei servizi offerti informando in tempo reale il personale di ogni specifica esigenza. «Immagina un mondo in cui la stanza ti conosce e tu conosci la tua stanza», ha detto Nassetta, «Immagina un mondo in cui entri e la TV ti dice: “Come va, John? Piacere di vederti”, tutto quello che ti piace o che ti serve è già stato precaricato e l’unica cosa che ti serve per tutto questo è nel palmo della tua mano». Ancora priva della funzione di attivazione vocale, Connected Room è però pensata per implementare nel tempo le proprie funzionalità grazie anche alla collaborazione con rinomati brand del settore.

Echo x Alexa

Wynn Resorts Ltd. è stata la prima società alberghiera a installare dispositivi Amazon Echo, iniziando proprio dalle suite della sua proprietà di punta, il Wynn di Las Vegas, per arrivare a dotarne le oltre 4000 camere della struttura. Alexa, questo è il nome dell’assistente virtuale all’interno di Echo, permette di controllare con la propria voce il sistema d’illuminazione, di termoregolazione e l’intrattenimento in streaming, grazie a una semplice connessione internet e ai dati raccolti da Amazon. C’è stato chi ha sollevato dubbi inerenti alla privacy, dal momento che Alexa si attiva tramite microfoni che rispondono a determinate parole chiave ed è dotata di una funzione di cronologia che rende accessibili ai clienti e di certo anche a una parte del personale dell’hotel i comandi dati al dispositivo, ma i più concordano sul fatto che la possibilità di impostare una sveglia, scegliere una canzone o aprire le tende ordinandolo direttamente alla propria stanza valga bene il rischio.
Una battaglia, quella sul primato degli assistenti digitali, che Amazon ed Apple stanno giocando, ora, anche sul terreno delle camere d’albergo. È qui che Alexa e Siri sono chiamate a contendersi il primato di piattaforma d’elezione tra i viaggiatori. A tal proposito, Marriott International Inc., la più grande società alberghiera al mondo, sta testando i dispositivi dei due giganti della tecnologia nel suo hotel Aloft a Boston, ma sta anche studiando una sua personale IoT room, interattiva, intuitiva e ipertecnologica. D’altra parte, se il futuro della domotica alberghiera sembra proprio l’attivazione vocale, la sfida - esponenzialmente più costosa quando si tratta di catene del calibro di Marriott - sta proprio nella necessità di gestire l’ingente quantità di diversi dispositivi, con i relativi sistemi operativi e funzionalità, cercando di replicare in automatico le condizioni favorite dagli ospiti nella loro vita quotidiana e nel loro ambiente domestico, senza soluzione di continuità.
Resta da capire se convenga puntare su un’interazione personalizzata, e quindi in grado di consentire agli ospiti che hanno familiarità con la tecnologia informatica in generale di accedere ai propri account, o se invece sia più pratico utilizzare un set standard di competenze utili per un soggiorno in hotel, come la possibilità di ricevere informazioni sulla zona, controllare le previsioni del tempo o chiamare un autista, tramite Uber.

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