Sporty chic, lo sport è moda

Per capire come siamo arrivati al punto di portare in passerella modelle in k-way oversize, crop-top e tuta di acetato, canotta e calzettoni da basket, body da ballerina e accappatoio da pugile in seta, dobbiamo chiamare in causa "La società dello spettacolo" di Guy Debord. Per spiegare perché l’abbigliamento per lo sport è diventato improvvisamente "stiloso", dovremo poi fare un giro tra le varie produzioni media, e nella vita social di celebrità e influencers mainstream: a quanto pare anche nella vita dei VIP è tornata l'era dell'abbigliamento comodo e versatile, democratico e senza tempo, lo stile sportivo. Se anche i premi Oscar vanno a fare la spesa col maglione per casa, se anche quelli che contano, secondo Forbes, viaggiano in tuta e scarpette, perché non dovremmo farlo noi?

Sport e moda: l’era dell’athleisure

Nel 2016 lo sportswear ha fatturato 46 miliardi di dollari (di cui 34 milioni alla sola voce leggings), cifra che probabilmente raddoppierà entro un lustro. Da un paio di anni a questa parte la felpa con il cappuccio, il cappellino da baseball, la pantacalza e le scarpa da ginnastica non rappresentano solamente il normcore, ovvero la scelta di un outfit basic e senza pretese; sono una precisa dichiarazione di stile. Insomma, siamo di certo d’innanzi a un vero e proprio momento di gloria, per il fashion targato athleisure.
Non a caso, alcuni marchi storici, adombrati dai primi anni 2000, stanno vivendo un secondo rinascimento e, con la stessa determinazione di Davide contro Golia, sono tornati a competere con le multinazionali dello sport come Nike e Adidas. I luxury brands, dal canto loro, stanno attingendo a piene mani dall'esperienza di chi ha esplorato altre possibilità della lavorazione e della manifattura tessile, e stanno prendendo in prestito l’ispirazione dei designer di abbigliamento sportivo per collezioni haute-couture. Questo incessante travaso di stili e stilemi da una declinazione all'altra della moda, realizza la contaminazione dello sporty chic, lo sportswear reinterpretato in chiave luxury dagli stakeholder del fashion.
Oggi è possibile indossare una tuta in acetato con bottoni laterali, un felpone, un body di lycra, una pantacalza, una miniskirt o un polo-dress, senza sembrare clienti del mercato delle pulci. Oggi si può essere cool in bomber e canottiera, o vestiti in stile Formula 1, se c’è il nome di Gucci, Versace, Dior, Vetement o Alexander Wang, a far da garanzia.

Le prime avvisaglie del cambiamento si sono avute con il ritorno in auge della t-shirt, che ha trovato modo di valorizzare la propria semplicità nascondendosi sotto la giacca dello smoking, o nell'accostamento con gonne e pantaloni più impegnati. Contemporaneamente il leggings, in una varietà di filati, cessava di essere abbigliamento da runner per essere sfoggiato con tacchi vertiginosi a là Kim Kardashian e le sneakers diventavano il must have dell’uomo in carriera, perennemente di corsa contro il tempo. La rivoluzione dello sporty chic ha avuto inizio, in buona sostanza, quando i tre capi basilari dell’abbigliamento sportivo si sono emancipati dalla loro funzione puramente utilitaristica per essere ricollocati su outfit casual e glamour.

Una cultura fatta di immagini

Il passaggio dal costume, inteso come abitudine condivisa, alla moda (affermazione del trend) è un processo tanto banale quanto sfuggente. Abbiamo tutti ben chiaro in testa come si concretizzi ma non siamo mai totalmente consapevoli della sua realizzazione. Qual è il percorso e il momento esatto in cui una tendenza da mass mediale diventa massificata? Siamo la visual culture, stiamo vivendo il momento storico in cui la parola ha delegato parte del suo potere trainante all'immagine, costruiamo mondi con le foto e attraverso di esse raccontiamo la nostra storia. Il significante è valido in quanto tale; non è più necessario che sottenda chissà quale significato profondo, basta che si collochi sulla scia della contaminazione che sta interessando le arti e le tecnologie, e ibrida i media. Allo stesso tempo, il suo valore sta nel suo carattere evocativo, nella fascinazione che esercita sulla persona attraverso il meccanismo della riconoscibilità.

La teoria della nostalgia

C’è qualcosa di intrinsecamente rassicurante e confortevole nelle cose che appaiono familiari. Stilisti e creativi di oggi erano gli adolescenti degli anni ’90, quelli cresciuti con gli anime vintage, con la mitologia di supereroi ginnici e atleti dalle performance straordinarie. Quelli che si riconoscevano nelle trame e nei personaggi di Beverly Hills e Dawson’s Creek, quelli che aspiravano ad essere fighi come Il Principe di Bel Air. L’immaginario collettivo di un’epoca ha glissato il salto generazionale e rivive nella pop culture odierna, dall'editoria, con il ritorno della fantascienza, alle serie tv come Stranger Things, alla moda. E il nostro look non è altro che il racconto di quanto stiamo vivendo: ovvero il bisogno di riportare in vita un pezzo significativo della nostra storia passata.
Lo sporty chic esiste dagli anni ’90, ma fino al 2010 nessuno lo ha considerato moda. Le Spice Girl ne sono un esempio con il debutto sugli schermi nel 1996 del video del loro singolo d’esordio, Wannabe. "Sporty Spice", al secolo Mel C., irrompe con quattro amiche in un ricevimento della high society londinese. Indossa una tuta e un top di cotone, e si esibisce in una performance acrobatica premiata agli MTV Awards con il titolo di miglior video dance.

Lo stesso anno esce il video di Just a Girl dei No Doubt, brano contro lo stereotipo della rappresentazione femminile come sesso debole. La canzone ha avuto un successo planetario e Gwen Stefani, voce del gruppo, si è imposta come icona indiscussa dello sporty chic, con Vans ai piedi e top succinti da cheerleader. Il suo stile prendeva ispirazione, nei colori e nella selezione dei capi, dal baseball, dal basket e dal football americano. Lo stesso look si ritroverà, in forma evoluta e rigorosamente personalizzata, negli outfit mozzafiato di Iggy Azalea.

 Lo sport sale in passerella

L’abbigliamento sportivo non è più sotto cultura, non è più indie né raffazzonato come un tempo, quando solo ai rapper era concesso il privilegio di vestire sportivi e fare comunque tendenza. Lo sport oggi è moda.

Le aziende di abbigliamento tecnico producono capi per chi lo sport lo pratica ma, molti di quei tagli, di quei materiali, delle soluzioni che vengono adottate per assecondare le esigenze di chi deve muoversi nel massimo del comfort, finiscono per essere adottati anche su vestiti destinati alla vita di tutti i giorni che, con il beneplacito del brand, diventano abiti da passerella. Allo stesso tempo lo sportswear classico migliora sé stesso: da un punto di vista tecnico, con la scoperta e l’impiego di tessuti altamente performanti; da quello concettuale, lavorando su estetica e identità di brand, anche attraverso collaborazioni importanti come quella tra Puma e Rihanna, che ha firmato la capsule collection Fenty.

Se i VIP hanno ridato stile allo sport, lo sport può trasformare l’uomo qualunque in un’icona di stile. I fitness model, ambasciatori e ambasciatrici dello stile athleisure, sono un fenomeno tutto contemporaneo. Sono soprattutto atleti professionisti, modelle appassionate di una determinata disciplina, sport-influencer e fitness blogger; sui social pubblicizzano capi di abbigliamento sportivo e collaborano con gli sponsor come brand-testimonial. La loro popolarità suggerisce che lo sport non è più un fenomeno di nicchia, né il ricordo di un trauma infantile: allenarsi, mostrare di avere uno stile di vita attivo e un occhio di riguardo per la pratica salutista, oggi fa tendenza e mettersi la tuta non è più un sacrificio.

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