Quando la solitudine è una scelta di benessere

Da quando, ormai quasi un decennio fa, i social network sono diventati il fenomeno globale che oggi conosciamo tanto bene, il tema della solitudine e dell’isolamento sociale si è affermato come questione di indiscusso e larghissimo interesse.

Da una parte, vi era il timore della migrazione verso gli ambienti digitali di un numero straordinariamente ampio di forme relazionali. Dall'altro, quello dell’incapacità sempre più diffusa di sviluppare un sano rapporto con se stessi, garantendosi spazi di riflessione liberi da continui stimoli esterni. In tutto questo, a emergere era una domanda, che prefigurava una sorta  di paradosso: stavamo diventando sempre più isolati e, allo stesso tempo, sempre più incapaci di isolarci?
Per alcuni, è proprio questo a sancire la nascita di un problema collettivo: il momento in cui si trova una parola che lo identifica precisamente. E non v’è dubbio che in molti, quando per la prima volta hanno sentito parlare della FOMO (Fear of missing out), abbiano provato quella sensazione particolarissima tipica dei momenti nei quali si scoprono le parole esatte per definire quanto si sta provando.

È come un’attestazione di legittimità: se è successo anche ad altre persone, allora significa che è reale, e se è stato codificato, allora dev'essere anche piuttosto comune. Il riferimento al sapere popolare, a questo punto, è quasi d’obbligo: “Mal comune, mezzo gaudio”. Ed ecco spiegato il sollievo che proviene della lingua.

La FOMO, forse non ci sarebbe nemmeno il bisogno di spiegarlo, è la paura di rimanere tagliati fuori, di starsi perdendo qualcosa, di non essere nel posto in cui si dovrebbe essere, o non aver visto, letto, ascoltato, le cose che si avrebbe dovuto vedere, leggere, ascoltare, fosse anche solo perché l’hanno fatto tutti gli altri. Si tratta di una vera forma di ansia sociale, alimentata dalla connessione costante assicurata dai social network, e che, in un meccanismo che si autoalimenta, a tale costate connessione induce: per essere certi di non starsi perdendo nulla, è fondamentale sapere tutto quello che sta succedendo.

Le conseguenze di un sistema di questo tipo sono scontate e sotto gli occhi di tutti: quando si è soli, la tentazione di orientare lo sguardo all'esterno (ma abbassandolo sullo schermo di uno smartphone) è irrefrenabile. E se anche si riesce a evitare di accedere a Instagram, il pensiero è sempre più di rado concentrato su ciò che si sta facendo, e quasi mai su di sé. Risultato? Stare soli è una prospettiva che si guarda, oggi più che mai, con timore e apprensione

 Quando e perché la solitudine fa bene

Tuttavia, ritagliarsi del tempo per rimanere in solitudine è un gesto di cui un numero crescente di studiosi sta sottolineando l’importanza, arrivando persino a sostenere che dedicare del tempo a se stessi, e soltanto a se stessi, sia tanto essenziale quanto lo è allenarsi regolarmente e rispettare un regime alimentare equilibrato.
Così, insieme ai numerosi e doverosi allarmi sui rischi dell’isolamento sociale, si stanno affermando anche esortazioni di segno opposto: quella della solitudine è, in molti casi, una scelta salutare.
In un articolo pubblicato sulla rivista The Atlantic, il sociologo statunitense Jack Fong evidenzia come stare soli sia fondamentale innanzitutto per innescare e sviluppare un intenso confronto con se stessi. Ma i vantaggi della solitudine, sostiene Fong, vanno molto al di là di questo: per esempio, per individuare gli elementi di tossicità che abitano il contesto sociale di cui si fa parte, ed essere poi in grado di combatterli, è essenziale allontanarsene, periodicamente, almeno per un po’.
Numerosissimi sono poi i riferimenti alla solitudine come mezzo utile a stimolare la creatività. Dalle biografie degli artisti agli studi sul pensiero innovativo, l’opinione è pressoché unanime: la solitudine, nel suo favorire il contatto col mondo interiore, è un elemento indispensabile del lavoro creativo.
Secondo alcuni, a fare della solitudine un alleato così importante dell’intuizione e della focalizzazione è la sua capacità di condurre in uno stato di “riposo mentale attivo”, quello che permette al cervello di operare del tutto libero da distrazioni, anche minime o inconsce.
Inoltre, le persone abituate a trascorrere del tempo da sole sono risultate essere in media più soddisfatte di sé e della propria vita, più abili nella gestione dello stress e meno inclini alla depressione, a dimostrazione di quanto la solitudine sia determinante per il benessere mentale.

 Da soli sì, ma a delle condizioni

Se la solitudine ha così tanti benefici, allora, viene da chiedersi come mai l’isolamento sociale venga percepito e comunicato come un problema spesso anche molto grave.
Gli studi di Kenneth Rubin, psicologo dello sviluppo dell’Università del Maryland, fanno un po’ di chiarezza su questo apparente contraddizione: per essere salutare, benefica e produttiva, la solitudine deve “rispettare” determinati criteri.
Prima di tutto, deve trattarsi di una scelta: la solitudine fa bene solo se è volontaria e chi sceglie di isolarsi, per trarne beneficio, deve comunque avere la possibilità di tornare in un gruppo sociale, quando lo desidera. Inoltre, deve essere una persona capace di gestire efficacemente le proprie emozioni, e in grado di sviluppare e mantenere relazioni positive anche al di fuori del suo gruppo sociale di riferimento.

 Dalla FOMO alla JOMO

Tenendo bene a mente questi parametri, isolarsi di quando in quando sembra essere un’autentica scelta di benessere. Tanto che l’autore Anil Dash, in uno dei post più di successo del suo blog personale, ha pensato di creare una parola che indicasse l’esatto contrario della FOMO, ovvero la JOMO (Joy of missing out), la capacità di apprezzare il tempo trascorso da soli, allontanandosi da tutto (anche e forse soprattutto dallo smartphone) per coltivare la propria relazione con se stessi.

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