La rivoluzione vegana d'Israele

Tra ristoranti vegani, un movimento animalista sviluppatissimo e politiche vegan friendly arrivate persino nell'esercito, in pochi anni Israele ha vissuto un’autentica rivoluzione vegetale. Quali fattori hanno trasformato il paese del Medio Oriente in un paradiso vegano?

Non esiste paese al mondo che, in proporzione sulla popolazione totale, conti tanti vegani quanti ne conta Israele. Fino a pochi mesi fa, Israele è stato l’unico paese in cui la famosa catena americana Domino’s Pizza proponesse un menù a base completamente vegetale. Nella sola città di Tel Aviv, ci sono oltre 400 ristoranti vegani e vegetariani. Se sei un membro dell’esercito israeliano e sei vegano, puoi star sicuro che nessuno ti chiederà mai di indossare stivali in cuoio.

Gli elementi per affermarlo ci sono tutti: Israele ha vissuto negli ultimi anni una vera e propria rivoluzione vegana.

E anche se così potrebbe sembrare, parlare di rivoluzione non è eccessivo: chi ne è stato protagonista (e autore) testimonia un cambiamento tanto radicale quanto repentino. La cultura alimentare del paese mediorientale è cambiata tanto ed in fretta. Ma cosa ha reso Israele una nazione che il suo stesso ministero del turismo oggi promuove come “destinazione vegan”?

La formula magica d'Israele

Come accade per tutte le trasformazioni di questa portata, è stato un insieme di fattori di varia origine ad aver dato il  via alla svolta vegana di Israele. Cultura, tradizioni, geografia, economia: quasi fosse una pozione magica, un mix di elementi perfettamente combinati ha reso Israele il “paradiso vegan” che è oggi.

Cultura tradizionale e cultura ebraica

Prima di tutto, bisogna considerare che, se è vero che solo poco tempo fa di gran parte dei ristoranti vegani che si trovano oggi a Tel Aviv non c’era traccia, è anche vero che la cucina tradizionale del paese comprende molti piatti al 100% vegetali.

In fondo, hummus e falafel non sono le prime cose che vengono in mente quando si parla di cucina mediorientale?

E la lista di piatti tradizionali privi di ingredienti di derivazione animale non si ferma certo qui. Con un piccolo azzardo, si potrebbe dire che quella tradizionale israeliana sia stata una cucina vegan friendly ante litteram.

Non si può non riservare un ruolo determinante, poi, alla cultura ebraica. Le ferree regole alimentari sono infatti caratteristica peculiare di questa cultura religiosa, e sono in molti a credere che questo sostrato culturale abbia reso più semplice l’apertura nei confronti di diete con numerose limitazioni, come quella vegana.

Un paese piccolo

Quella d'Israele è una nazione che si estende su un territorio molto ridotto. Basti pensare che dalla città di Tel Aviv, praticamente ogni zona del paese è raggiungibile in sole due ore. Questo ha un effetto diretto straordinariamente importante: lo slogan “dalla terra alla tavola” è in Israele molto più fedele alla realtà delle cose di quanto non si sia normalmente abituati a pensare, un principio guida che gli israeliani hanno trasformato in un vero fondamento del loro stile di vita.

In più, i numeri ridotti permettono di raggiungere facilmente, attraverso i media, una parte consistente della popolazione. Mettere in circolo un’idea e far sì che venga recepita da gruppi significativi è di conseguenza relativamente semplice, tanto più in un paese in cui social media vengono utilizzati massicciamente.

Un paese giovane

Ori Shavit, blogger e volto di punta del movimento vegano israeliano, lo ha ripetuto in numerose interviste: Israele è un paese giovane e di forte immigrazione. Di conseguenza, le “contaminazioni” con diverse culture e l’attitudine all'innovazione sono molto sviluppate, in ogni campo.

A differenza di quanto avviene in contesti con tradizioni culinaria più antiche e radicate, la sperimentazione in cucina non viene vissuta come “minaccia” alla tradizione, anzi.

Anche se le statistiche più recenti disegnano una realtà un po’diversa dal racconto, Israele è ancora riconosciuta come “La nazione delle startup”. E il settore del food è tra quelli in cui più si stanno concentrando gli sforzi di ricerca e si stanno testando nuove soluzioni.

Un esempio? Supermeat, la startup che, estraendo cellule animali con una singola biopsia, si propone di  produrre carne in laboratorio “in quantità potenzialmente infinita”.

Lo avevamo detto che la magia era coinvolta in qualche modo...

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