Respirare per vincere: la meditazione nello sport

Jaylen Marselles Brown è un giovane cestista statunitense, giocatore nella NBA, con i Celtics, dal 2016. Il suo nome, probabilmente, vi suonerà familiare perché, al momento, i riflettori dei media e della stampa specializzata puntano tutti su di lui, l’astro nascente del basket americano. Partita dopo partita, Brown si sta rivelando una risorsa preziosa per la squadra di Boston. Ma non sono solo le sue straordinarie capacità atletiche, la competenza tecnica, la disciplina irreprensibile e l’assoluta dedizione alla causa sportiva a suscitare l’ammirazione dei compagni e accendere il tifo dagli spalti. Jaylen Marselles Brown piace perché è un personaggio enigmatico, inspiegabilmente attraente come tutto quello che sfugge a una definizione certa.
Ventuno anni, originario della Georgia nera, una famiglia ordinaria alle spalle, Brown è così diverso dai suoi colleghi e talmente distante - per mentalità e stile di vita - dai coetanei millennials, che un dirigente della NBA (che ha preferito rilasciare una dichiarazione anonima) pare l’abbia definito troppo smart per essere uno della league. Di contro, il ragazzo dice di essere un tipo semplice e introverso che prende il lavoro molto seriamente e, nel tempo libero, preferisce leggersi un libro di filosofia, suonare il pianoforte, giocare a scacchi e studiare le lingue, piuttosto che uscire a fare casino.

Il potere della meditazione

Jaylen Brown è inoltre estremamente attivo sul sociale, denunciando senza remore le iniquità connaturate al sistema, la stratificazione sociale e il razzismo latente che, subdolo, si insinua e striscia in seno alla società. E non perde occasione per ricordare i suoi fratelli più sfortunati, quelli che non ce l’hanno fatta a passare dall’altro lato della barricata. Come il suo migliore amico Tevin Steede, morto suicida nel novembre 2017. Il giorno dopo aver ricevuto la tremenda notizia, Brown scende in campo e gioca la migliore partita di sempre, stabilendo un nuovo record, personale e di squadra, ai punti. La vittoria è una dedica all'amico scomparso.
Per ignorare gli scherni razzisti dalla platea, rielaborare un lutto tanto importante in 24 ore, e intanto finire continuamente a canestro, le strade sono due: indifferenza o resilienza. E se non fossimo assolutamente certi del buon cuore di Brown, non potremmo resistere all'inevitabile seduzione della visione impietosa dell’umano. L’afflato da vecchio saggio cozza con la giovane età dell’individuo che, in realtà, non ha tanti assi nella manica, solo una prodigiosa ricetta: la meditazione. Jaylen Marselles Brown la pratica dall'età di 16 anni. Ora segue il metodo giapponese: si riempie la pancia di aria, poi la spara dalle fauci “come fosse fiamma di drago”.

 I fondamenti del respiro

Il controllo volontario del respiro è la tecnica base della meditazione. Si sta seduti a occhi chiusi, con le gambe incrociate all'indiana, la schiena dritta, la testa alta e la spina dorsale perpendicolare al terreno. Il resto del corpo è rilassato. Si inspira ed espira a intervalli regolari, mentre si visualizza il ciclo dell’aria che dal naso passa ai polmoni, inonda organi e membra, poi fugge via dalle labbra. La mente progressivamente si svuota, il tempo è un eterno presente, esiste solo il qui et ora. Tutto si ridimensiona sull'individuo: per questo la meditazione è una panacea per i mali dell’anima e può essere un valido aiuto per alleviare disturbi d’origine psicosomatica causati da ansia, stress, depressione.
La meditazione regolarizza il battito cardiaco, abbassa la pressione, e migliora il metabolismo stimolando il rilascio di serotonina, che smuove la peristalsi intestinale e facilita la digestione. Ma la meditazione è soprattutto utile per ristabilire un rapporto sano e costruttivo con il proprio sé, che si ritrova come esistenza assoluta nello spazio-tempo della pratica mentre il mondo esterno, con i suoi input tossici, cessa di interferire.

L’obiettivo e il presupposto della meditazione è la concentrazione. Spostando l’attenzione sul respirare, un processo fondamentale dato però per scontato, si apprendono nuove vie per amplificare la percezione, gestire le abilità cognitive e governare le emozioni negative. Questo stato di rinnovata lucidità prende il nome di mindfulness o auto-consapevolezza, un tratto caratteriale comune agli uomini di successo e ai campioni sportivi

La meditazione nello sport

Lo sport può certamente aiutarci a comprendere meglio la strettissima relazione che intercorre tra il corpo e la mente. Nelle situazioni di massima intensità agonistica, in cui il distacco dalla sofferenza fisica causata dallo sforzo estremo è fondamentale per non gettare la spugna, la meditazione può assumere un ruolo determinante. Stare concentrati su sé stessi, percepirsi come una macchina biologica in equilibrio osmotico con l’esterno, favorisce il controllo della performance. La mente, totalmente focalizzata sull'obiettivo, guida le membra nello svolgimento di ogni compito.

Questo stato di estasi quasi mistica, che la scienza chiama flow, è stato formalizzato dallo psicologo Juri Hanin (1995) nel modello IZOF - Individual Zones of Optimal Functioning, che descrive e prevede le esperienze ottimali e disfunzionali dell’atleta in relazione all'esito della performance. La zona di funzionamento ottimale è indissolubilmente legata all'interpretazione del proprio vissuto. Successo e insuccesso, in pratica, dipendono anche dalla gestione delle emozioni, che rivestono una parte importante nella prestazione sportiva, sia come fattore inibente che come fattore facilitante.

L’esempio di Jaylen Marselles Brown è emblematico. Il cestista che affronta ogni match sopprimendo il pensiero logico-razionale, dimostra come l’energia corporea derivi in misura consistente dall’energia interiore.

Non sentivo niente, ero come fuori di me.

Il giovane atleta commenta così il match più significativo della sua vita, mentre nella sfida con gli avversari del Golden State Warriors combatteva contro il dolore paralizzante e asfittico del lutto. Spirito indomito e forza di volontà non sarebbero stati sufficienti in questa occasione e, più in generale, non sono mai abbastanza.

Il mindset del guerriero è il frutto di una continua negoziazione con le sovrastrutture del sé, le piccole grandi manie e distorsioni mentali che condizionano il quotidiano; e risulta dalla lotta continua contro i cattivi pensieri che avviliscono l’anima, e le brutte esperienze che avviliscono la dimensione pubblica dell’individuo. Vincere significa trasformare il negativo in positivo e combattere, confidando nelle proprie forze, fin quando non si ha più nulla da dare. Una grande lezione di vita, che è possibile imparare più rapidamente attraverso la pratica della meditazione.

/related post

Kelly Hoppen: il design della palestra in casa

L’interior design di fama mondiale Kelly Hoppen condivide i suoi suggerimenti per creare la palest...

Il sito utilizza cookie tecnici propri, cookie analitici di terze parti anonimizzati, e cookie di terze parti che potrebbero profilare: accedendo a qualunque elemento/area del sito al di fuori di questo banner, acconsenti a ricevere i cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso ai cookie, clicca qui. OK