Racconti poetici di azioni eroiche

Da aprile ad ottobre sui campi disseminati in ogni quartiere le sfide di tre contro tre vanno avanti per ore, anche fino a notte fonda.
Sul cemento si danno il cambio studenti e cinquantenni spigolosi, l’integrazione qui è già avvenuta.
di Jacopo Cirillo, con immagini di Niccolò Rastrelli, LUZ

1. L’epica del playground

L’epica è una narrazione poetica di gesta eroiche, spesso leggendarie, tramandate oralmente: un insieme di racconti elaborati collettivamente dalle tradizione. Le nostre epiche contemporanee sono perfettamente incarnate nelle storie di sport, la più grande costruzione collettiva di leggende da raccontare attorno al fuoco o, più prosaicamente, attorno a un paio di birre al bar.
I giocatori diventano leggende, così come le loro gesta e i teatri delle loro sfide: un campo da calcio, da basket, da pallavolo, una piscina olimpionica, una pista di terra rossa o un rettangolo verde al centro esatto di Wimbledon.
E poi ci sono i playground. Spicchi di urbanità ritagliati per la pallacanestro, occupazioni legittime o illegittime di spazi cittadini trasformati in arene, teatri di sfide leggendarie che trascendono il basket ed entrano di diritto nel nostro Olimpo contemporaneo.
La narrazione del basket in America è costellata di queste epiche, ammantate del fascino d’oltreoceano.
Ma anche in Italia abbiamo le nostre, soprattutto a Milano. Tra le mille storie di cemento e sudore, gomiti alti e trash talking, ce n’è una che, giustamente, è assurta a leggenda, la leggenda del Piazz, al secolo Gabriele Piazzolla, il più forte di tutti.

Milano ha 120 campetti cittadini, i cosiddetti playground, Manhattan può vantarne uno di meno.
Lo stesso numero si trova a Parigi e Londra.

La leggenda del Piazz

Come in tutte le storie che si rispettino, Gabriele era un giocatore fortissimo e sapeva perfettamente di esserlo. Dominava in lungo e in largo, tra via Dezza e il parco Sempione, con quella sicurezza che spesso strabordava nell’arroganza, nella manifesta e legittima superiorità.

Come in tutte le storie che si rispettino, Gabriele non ha mai assaggiato il basket vero, quello dei professionisti, quello della serie A. Ci ha lasciati, purtroppo, molto presto, a venticinque anni, nel 2006.

Il Piazz – perché non sei nessuno al campetto, se non hai un soprannome – era un artista di strada: si mangiava gli avversari, li confondeva con palleggi velocissimi, tunnel e contro tunnel, acrobazie impossibili e step back da dieci metri dal canestro.

Sì, perché lui faceva sempre canestro.

Da aprile ad ottobre sui campi disseminati in ogni quartiere le sfide di tre contro tre vanno avanti per ore, anche fino a notte fonda. Sul cemento si danno il cambio studenti e cinquantenni spigolosi, l’integrazione qui è già avvenuta.

Un giorno, quando aveva tredici anni, stava partecipando a un torneo di tre contro tre in un campetto dalle parti di San Siro.

Il testimonial del torneo era Bob Morse, un’ala di 203 cm che aveva vinto dieci trofei con la Pallacanestro Varese, uno dei più grandi tiratori del campionato italiano.

Bene, Morse è in campo da solo ad allenarsi e il Piazz, insieme a un amico, inizia a commentare la sua tecnica: «Quel lungo pelato non tira bene, vado a spiegargli come si fa». Immaginiamo un ragazzino che si avvicina a un campione, gli dice: «Ehi Bob, sai che non sei niente male, nonostante l’età? Facciamo due tiri», e inizia a inanellare una sequenza impressionante di canestri da sette metri di distanza, mentre gli spiega che il suo stile di tiro non è un granché. Allora Morse, un po’ infastidito, prende un tiro da lontanissimo che si spegne sul ferro; il Piazz, dalla stessa posizione, accarezza dolcemente la retina, poi si avvicina al suo amico e gli dice: «Per me ‘sto Bob Morse non capisce un cazzo di tecnica di tiro», e tutti a casa.
Ci sono due cose che separano i campioni veri dai comuni mortali: la maniacalità degli allenamenti e i finali di partita.
Piazzolla era ossessionato dal suo gioco e dal suo fisico, si allenava continuamente, portandosi sempre al limite. Gli dicevano che era troppo basso? La settimana dopo era ancora più veloce e scattante. Gli dicevano che non aveva abbastanza fiato? La settimana dopo stava ancora correndo per il campo mentre gli altri erano distrutti in panchina.
In più, nelle centinaia di uno contro uno, tre contro tre e cinque contro cinque al campetto, come nella sua breve carriera dalla serie D alla B1, il Piazz dava sempre il suo meglio nei finali di partita, quando la pressione, a qualsiasi livello, toglie energia e sicurezza ai giocatori “normali”. «Cazzo, io mica gioco per giocare, io voglio vincere!» diceva sempre, e in questo paradosso anti-decoubertiniano si annidava sua la grandezza. Piazzolla era un distillato di jordanesca competitività, faceva di tutto per vincere ed era imprevedibile, come se si facesse guidare dalla pallacanestro, sicuro che non l’avrebbe mai tradito. E non si stancava mai.

I filippini da una parte e i cinesi dall’altra bombardano il ferro da ogni posizione con le loro canottiere fosforescenti, in Parco Sempione gli africani fanno da padroni con le loro schiacciate: insomma, ogni lingua è buona per chiamare la palla, litigare o esultare.

Molti raccontano di quando, al campetto in parco Sempione, pieno anche di giocatori di serie A, dopo sette ore di tre contro tre sotto il sole cocente, mentre tutti gli altri arrancavano verso le fontanelle per rinfrescarsi, il Piazz rimaneva in campo da solo e, dai suoi 183 cm, provava schiacciate sempre più spettacolari. Aveva quella cosa che hanno solo i grandi: la consapevolezza che l’avversario più difficile, l’unico da superare, era sé stesso.
Se batti te stesso, puoi battere chiunque, anche il mondo intero.
Come tutti i campioni scomparsi prematuramente, aveva dei demoni dentro che lo rendevano altalenante, lo facevano passare velocemente alla rabbia e alla frustrazione, come quando buttò fuori la palla con un calcio dalla recinzione del campetto del PalaLido perché un suo compagno non gliela passava mai. E il basket lo ha aiutato a tenerli dentro, quei demoni, almeno finché ha potuto.
Dopo la sua morte, tanti protagonisti dei playground milanesi hanno continuato a portare avanti la sua memoria, come il “Galta”, nome storico delle minors lombarde, che aveva scritto “Piazz” sulle scarpe. Gabriele Piazzolla non c’è più, ma l’epica del Piazz continua a esistere nei ricordi dei suoi compagni, nell’odio sportivo stemperato dal tempo e dall’ammirazione dei suoi avversari. La sua leggenda aleggia nei playground, dove i ferri ancora traballano per le schiacciate e le retine frusciano malinconiche nel ricordo dei suoi tiri perfetti. Al campetto di via Dezza c’è una targa fissata sul cemento con la stessa scritta che il Piazz aveva tatuato sul polpaccio: IT NEVER ENDS.

Ed è proprio vero: le leggende dei campetti non finiscono mai.

Da Dezza a Sempione

Nemmeno i campetti finiscono mai, o almeno così sembra. A Milano sono 153, contro i 119 di Manhattan, i 110 di Londra e i 61 di Parigi. Da aprile a ottobre sono percorsi e animati di giocatori di ogni tipo, di ogni età, razza ed estrazione, dalla mattina fino a notte fonda.

Perché tutt el mond a l'è paes, a semm d'accòrd, ma Milan, l'è ön gran Milan.

L’integrazione nei campetti non è nemmeno più un problema da porsi, se mai qualcuno l’abbia fatto. Ci sono i sudamericani in via Tabacchi e in zona Affori, i filippini e i cinesi dietro la stazione Centrale e in piazzale Accursio, gli africani schiacciatori in Parco Sempione, e la lingua che parlano tutti è solo una, e non ha bisogno di molte parole.
C’è il campetto di via Dezza, l’unico in città con le misure regolari della NBA e la targa per il Piazz, poi il playground coperto di parco La Spezia, ex padiglione Coca-Cola per Expo, quello del parco Trenno, dietro San Siro, dominato dai Trenno boys, che hanno pure un gruppo su Facebook.
Ce n’è uno abbandonato al Parco Galli e uno frequentatissimo in piazza Aspromonte; vicino al campetto di via Rubattino è impossibile parcheggiare mentre in Martesana ci sono anche le porte da calcio a cinque.

E poi c’è il parco Sempione, quello dei grandi, di Bargnani e Gallinari, Portaluppi e Pittis prima di loro. Spiegare il campetto del Parco Sempione a chi non ci ha mai giocato è molto difficile. Sicuramente è il playground di punta di Milano, spesso paragonato a quello dei Giardini Margherita a Bologna.

Ed è proprio confrontando i due templi d’asfalto che si scoprono le peculiarità cittadine. Intanto a Milano si gioca tre contro tre e cinque contro cinque, a Bologna invece quattro contro quattro. A Milano si difende a zona, a Bologna a uomo.

A Milano c’è cattiveria e agonismo, a Bologna fair play.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, come all’infinito si potrebbero confutare queste presunte differenze. Il fatto, comunque, è che ogni campetto ha le sue regole e la sua storia, ogni arena le sue leggende.
Al Parco Sempione, dicevamo, si raggiunge il top nei sabati di metà giugno, quando i campionati sono finiti e si formano gruppi di giocatori pronti per scendere in campo, perché il basket non si ferma mai.
Ma la selezione è tutt’altro che facile: i “vecchi” comandano e iniziano a giocare per primi, le altre squadre aspettano il loro turno a bordo campo, a volte anche per quattro o cinque ore, a meno che non arrivi il fenomeno di turno; in quel caso, lui può entrare nell’arena per primo e iniziare a costruire la sua leggenda.

In via Tabacchi un canestro ospita le evoluzioni di centro e sudamericani.

I campetti sembrano tutti uguali, ma non ce n’è uno che assomigli all’altro. E c’è qualcosa di romantico in un luogo che accoglie storie e persone così diverse tra loro, una sorta di genius loci cittadino, come se anche i playground stessi diventassero personaggi di una grande epica collettiva, e la morale della favola è molto chiara: giocare a basket fa bene al corpo e allo spirito e fa divertire, ed è la commistione tra l’esercizio fisico e quello mentale a dare come risultante il divertimento. È come se le verdure bollite avessero il sapore di una pizza.

2. Storie di campetti

Il campetto ti accompagna per tutta la vita. Inizi che sei un bambino, poi la scuola, l’università, il lavoro, i figli, magari giochi in qualche squadra, magari anche di alto livello, ma al campetto ci torni sempre. E questa è una cosa sicura: la passione non muore mai.

Lorenzo Carone ha 22 anni, ha giocato quattro anni in serie C, ad Arona, è arrivato fino alle selezioni nazionali under 19. Si è laureato, ha trovato lavoro in un’agenzia di comunicazione, adesso gioca in serie D e, a fatica, riesce a tenere insieme tutti gli impegni. Ma il playground non lo lascia, nemmeno se glielo dice il coach.

«Durante l’anno, non è troppo ben visto andare al campetto, è più facile farsi male, cadere per terra e distruggersi sull’asfalto, prendersi una gomitata da un avversario troppo ruvido, e la serie C comunque è un lavoro, ci pagano. Ma noi ci andiamo lo stesso, magari solo per fare due tiri. Io l’ho sempre visto anche come un momento in cui posso lavorare sul mio gioco, migliorare i fondamentali. È da quando avevo cinque anni che giro per campetti».

Al campetto ci sono tutti, dall’ex giocatore di quarant’anni al tuo amico che non ha mai giocato ma viene a fare due tiri con te, per tenerti compagnia. Ci sono i talent scout, che osservano i ragazzi e selezionano i migliori. «Nelle nostre zone c’è anche una squadra di domenicani che esiste soltanto d’estate, e gira i playground sfidando tutti.

Fino a qualche anno fa portavo con me anche mio padre, e lì c’era davvero da divertirsi». E nel futuro? «Io voglio giocare fino a duecento anni».

Il playground è, per definizione e per accessibilità, aperto a tutti. Chiunque può trovare il suo spazio per giocare, il suo tiro allo scadere, la stoppata decisiva. Andar male, puoi sempre dire che ci hai provato. Al campetto si festeggiano le vittorie e si litiga per i falli sotto canestro, ci si incontra per decidere che cosa fare stasera per poi rimanere, alla fine, a fare due tiri con i jeans e la camicia. Ci sono gli amici del campetto, quelli che frequenti solo sull’asfalto, e le uniche cose che sai di loro sono le doti cestistiche e la capacità, o incapacità, di segnare un semplice sottomano in contropiede. Al campetto si fa fatica, fatica vera, ma nessuno si è mai lamentato. Al campetto si mangia, si beve e, a volte, ci si addormenta un attimo appoggiati a terra.

Il playground è diverso dagli allenamenti indoor, ci si va con un’altra mentalità, senza troppi schemi e ragionamenti difensivi. Il playground è un’altra dimensione, dove non valgono le regole normali ma solo quelle che si sono costituite al suo interno.
Per dirla con Carone, «ogni volta è un teatro diverso. C’è un tizio delle nostre zone che non ha mai giocato a basket, ma praticamente vive al campetto, e arriva sempre tutto bardato con gli scaldamuscoli, la divisa completa dei Lakers, cose che al campetto non si fanno. Insomma, questo non sa nemmeno giocare e si porta le gomitiere e i tutori, e fa un po’ ridere perché non servono a niente».
Il campetto è il bar, la bocciofila, la vasca in centro, la scuola, le sere d’estate e i dodici gradi delle domeniche pomeriggio di novembre, quando vorresti giocare con i guanti ma non si può, e allora perdi la sensibilità ai polpastrelli dopo tre azioni.
Ci giocano i figli, faticando ad arrivare al ferro con i tiri a due mani da sopra la testa o dal basso verso l’alto, come Rick Barry, e ci giocano i padri, riprovando i movimenti di vent’anni prima e facendo di nuovo i conti con l’età. Qualcuno ci gioca pure a calcio, delimitando le porte con gli zaini, sempre che si riesca a trovare il portiere.

Il campetto è di tutti e, a pensarci, è proprio questa la sua epica più grande.


I ritratti di “We Play” sono stati scattati nei campetti da basket milanesi sparsi in ogni angolo della città, incastrati tra i palazzi, lungo le circonvallazioni oppure dentro i parchi; i playground ospitano una variegata umanità, che in questo continuo dare e ricevere il pallone compie un’esperienza di reciprocità e fiducia verso una convivenza multiculturale possibile.

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