Se l'obesità fosse una serie tv

Se è vero che l'obesità è diventata un'epidemia su scala mondiale, si può dire più o meno lo stesso del dibattito che la accompagna. Un dibattito tanto necessario quanto immobile, fossilizzato in una guerra tra tifoserie, o in una galleria degli specchi in cui la ricerca dei colpevoli sembra utile solo a moltiplicarli all'infinito.
Per questo non abbiamo dubbi: se dal dibattito sull'epidemia mondiale di obesità ricavassero una serie tv, sarebbe un bel drammone investigativo alla CSI: Crime Scene Investigation, con Gil Grissom e la sua squadra che tentano di orientarsi nel marasma di opinioni. Una serie istruttiva, piena di dati reali nascosti tra le pieghe di una trama avvincente. Che dite? Potrebbe funzionare.
Scena iniziale: in uno squallido angolo di strada, tra un McDonald's e un KFC, vengono rinvenuti alcuni bambini obesi. «Negli ultimi quarant'anni sono praticamente triplicati», dice Grissom scuotendo la testa. «Cosa vuoi fare da grande? Il cardiopatico, signora maestra. Spesso li troviamo imbottiti di sport drinks: presi in assenza di esercizio fisico equivalgono a semplici bombe di sodio e zuccheri. Obesità da bevanda sportiva. Non è ironica, la vita?» «Non sono tutti bambini americani. Questo viene dal Kuwait», replica lo specialista del DNA Greg Sanders; traccia una sagoma attorno al bimbo, mentre quello rimane concentrato sul suo pollo fritto. «Le pizzerie della Domino's sono arrivate anche lì», taglia corto Grissom. «Ho sentito che hanno dovuto dotarsi di un call-center solo per riuscire a gestire le ordinazioni».
«Ogni azione ha delle conseguenze», borbotta il medico legale, Al Robbins, non appena Grissom mette piede in laboratorio. «Una madre in gravidanza soddisfa le proprie voglie con una dieta ricca di grassi: a prima vista, niente di più normale. Senonché, il feto sviluppa presto una resistenza alla leptina, l'ormone della sazietà. Il poveretto esce dal ventre materno che ha già voglia di un burrito». Robbins prende una radiografia e la scruta come fosse un Modigliani. «Buonasera anche a te», risponde Grissom.
«La maggior parte delle diete anti-obesità fallisce sul lungo periodo: la colpa è del corpo stesso, che punta i piedi e ristabilisce il suo equilibrio prenatale perduto. E allora inizia a bruciare calorie più lentamente, o a sfornare ormoni dell'appetito come la grelina». «Vieni al dunque, Al».
«Il problema di questi bambini è congenito. La colpa, caro Bruto, è nelle stelle».
«Sei proprio sicuro che la mancanza di autocontrollo non c'entri neanche un pochino?».
«Nel modo più assoluto, a meno che il prossimo esperimento sui topi non dica il contrario», conclude Robbins. «Hai per caso visto il mio burrito?».
Gil Grissom non sa granché del movimento Body Positive, né della sua causa di gioiosa accettazione del corpo imperfetto. Ha notato che, di tanto in tanto, le modelle in bikini sui suoi numeri di Sports Illustrated sfoggiano fisici più morbidi, ma non si è mai davvero fermato a rimuginarci sopra. Stasera, però, non riesce a prendere sonno. Tanto vale approfondire. «Pensate a come dev'essere per le persone sovrappeso sentirsi dire quotidianamente - da giornali, riviste, show televisivi, spot pubblicitari - che il loro corpo è il segno di una crisi nella salute pubblica», scrive qualcuno sul blog della poetessa e attivista Sonya Renee Taylor.
«Anche la salute mentale è salute. Voler normalizzare l'obesità non è una cosa negativa». Grissom si fa strada nel fitto degli articoli: sul Telegraph, la comica danese Sofia Hagen attacca l'ente di beneficenza britannico Cancer Research UK, la cui nuova campagna di sensibilizzazione indica l’obesità come seconda causa di tumore tra quelle prevenibili. Hagen trova la campagna gravemente discriminatoria. Grissom non saprebbe bene cosa risponderle; forse, pensa, è perché non è più tanto giovane e il suo vocabolario è scaduto. Chiude il suo laptop e si versa del Bourbon. Un singolo bicchierino contiene il 5% del fabbisogno calorico giornaliero di un adulto medio.
«Gil, è arrivata una soffiata. Tutti quei bimbi obesi. Abbiamo i responsabili».
«Ho la testa che scoppia. Parla mooooolto adagio».
«È già successo che il colpevole fosse qualcuno a noi vicino. Un parente delle vittime, magari un agente corrotto. È mai successo che il colpevole ci contenesse?».
«Niente indovinelli, Greg, non sono dell'umore».
«Sono le città, Gil. Le città e le loro sacche di povertà concentrata, i ghetti popolari isolati senza aree di gioco, né reti di strade da percorrere, né pronto accesso a una varietà accettabile di cibi freschi. La povertà - ecco la complice numero uno. Nessuno di quei bambini ha un maggiordomo personale, mettiamola così. Arkansas, Mississippi: statisticamente, gli stati a più alto tasso di obesità sono anche i più poveri. Lo sapevi?».
«Greg...».
«E le ricerche sono chiarissime: a ogni ora passata davanti ai cartoni animati corrispondono maggiori assunzioni di bevande zuccherate e carne rossa. C'è dietro anche l'industria pubblicitaria, Gil, ci scommetto un mignolo».
«Greg, stai suggerendo di portare a processo il capitalismo occidentale».
«Da qualche parte bisognerà pur cominciare. Proibiamo almeno le bibite gassate sopra il mezzo litro».
«Ci provò Bloomberg quando era sindaco di New York. Andò bene: non lo ghigliottinarono».
«Ma il diabete, le malattie coronariche...».
«Alla gente piace credere alle urgenze e alle cause esterne, Greg. Ma solo finché non deve sacrificare qualcosa. A quel punto tornano tutti bambini grandi, perfettamente in grado di controllarsi davanti alla loro damigiana di Sprite. O di fare un uso consapevole delle proprie armi da fuoco dopo l'ennesima strage in un liceo, se preferisci un esempio fresco».
«E quindi? Caso chiuso e tanti saluti?».
«E quindi restano il senso di responsabilità e l'onestà verso se stessi. Non è tutto, non è molto, ma è meglio di niente. Libera i bambini: rimbalzeranno verso casa e con il tempo diventeranno uomini e donne diversi, se è quello che desiderano. Ehi, conosco una piccola palestra poco lontano da qui. Andiamoci».
Se dal dibattito sull'epidemia mondiale di obesità ricavassero una serie tv, sarebbe un bel drammone investigativo alla CSI: Crime Scene Investigation.
E qui, ci piaccia o meno, partirebbero i titoli di coda.

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