Nove Colli: la narrativa dei pedali romagnoli

Il prossimo 20 maggio riparte la Nove Colli, la Granfondo romagnola più antica d’Italia e sospesa tra un passato glorioso e un’emozione sentita ancora oggi da migliaia di amanti del ciclismo.
Polenta, Rivoschio, Ciola, Barbotto, Tiffi, Perticara, Pugliano, Siepi, Gorolo. Sembrano soprannomi da provincia ruspante, di quelli che te li appiccicano da bambino e non te li scrolli più di dosso. E invece sono nove colli, i Nove Colli che danno il nome alla Granfondo romagnola più antica d’Italia. Nove fatiche costruite a tavolino, quello del Bar del Corso di Cesenatico. Tra sbicchierate di bianchini, spuma da 50 lire e carichi di briscola, dentro quel baretto c’era tutto il sapore degli anni Settanta e otto pedalatori che stavano per disegnare una gara ciclistica entrata nella leggenda. Erano tutti lì: Guerrino, Tarcisio, Gaetano, Gianfranco, Giovanni, Domenico, Gianpietro, Vito. Gente che non pensava a comprare una Fiat 128 nuova, meglio la “macchina perfetta che non consuma benzina”, la bici che fa sudare, che sulla canna tra sella e manubrio ci porti pure la fidanzata. Tutti con le orecchie dritte a sentire i racconti del Brandolini, del Freschi e del Casali: i tre amici del gruppo che il 12 luglio del 1970 avevano partecipato a un raduno cicloturistico svizzero, 200 chilometri massacranti, l’occasione per portare a casa quello che allora si chiamava Brevetto Alpino.

Nove Colli, 8 amici, 205 chilometri


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E quando qualcuno, stizzito dall'invidia per un percorso così glorioso, picchiò il pugno sul tavolo, qualcun altro sbottò: «Ma va là patacca, che noi abbiamo i colli più belli del mondo, va’ che se la organizziamo bene non abbiam paura di nessuno!». Il Casali era il più affiatato: insieme al Brandolini tirò giù la mappa della zona disegnando un circuito di saliscendi che ancora oggi attraversa gli stessi nove colli. Lo chiamarono Brevetto Appenninico, 205 chilometri di patria e gloria romagnole, tutt'altro che una sgambata della domenica. E alle cinque del mattino del 20 maggio del 1971 dettero il via al 1° Audax Cicloturistico di Gran Fondo Sociale. Partirono in 17 davanti a quel bar sul Porto Leonardesco, a un giro di pedali dagli ombrelloni, dal mare, da un pezzettino d’Italia che sarebbe diventata famosa non solo per il turismo estivo della Riviera. Tagliò il traguardo Franco Bosi. O forse Domenico Muccioli. Ma non c’è da pretendere risposte ufficiali, è un po’ come chiedere chi, tra Coppi e Bartali nel Tour de France del ‘52, passò per primo la borraccia all’altro amico rivale. Nelle leggende, un punto interrogativo non si trasforma mai in esclamativo.

La doppia velocità della Granfondo

Quel che conta è che l’anno dopo il numero degli iscritti sale a 180, la notizia rimbalza dai giornali locali al passaparola e un’edizione dopo l’altra arrivano toscani, triestini, valdostani, siciliani, veneti, arrivano quelli tosti abituati a pane e fatica, rapporti ridotti e crampi, manovali dell’asfalto che vogliono mettersi alla prova su un percorso duro. Arrivano anche i professionisti, perché quell’anello che parte e torna a Cesenatico è una bella prova del nove: se ce la fai qui, il Giro ti spaventa di meno. E nell’88 arriva anche un giovane magrolino di 18 anni, che proprio qui è nato e cresciuto lasciando una scia di passione che si respira su ogni salita: Marco Pantani che alla Nove Colli partecipa nel 1988, come juniores, sul percorso di 130 chilometri. Le iscrizioni aumentano di anno in anno perché arrivano gli amatori, tanti, da tutto il mondo, anche nomi famosi come il ginnasta Jury Chechi, il pilota Marco Simoncelli, l’ex attaccante della Juventus Fabrizio Ravanelli, Lorenzo Jovanotti.
Molti con il genuino obiettivo di arrivare in fondo, che corrono contro loro stessi in una sfida tra cuore e muscoli tirati come imprecazioni, che per mangiare si fermano al lato della strada o al Ristoro Abusivo sul Colle della Fava per un boccone di salame e formaggio e mezzo dito di Sangiovese. Tra parentesi, una sosta sacrosanta soprattutto per i ciclisti tedeschi che non rinunciano nemmeno alla salsiccia. Molti altri che invece corrono per arrivare primi nel gruppo, per un piazzamento, per ingaggiare il vicino in una volata finale, quelli che non si fermano neanche quando scappa e non la tieni più (infatti, se la fanno addosso). Sono queste le due anime della Nove Colli, uomini e sempre più donne, professionisti e amatori, Frecce Rosse con l’agonismo nelle vene e treni locali abituati a un’altra velocità della vita sportiva.
Tutti devono fare i conti con la durezza di un percorso che sale e scende, con pendenze del 18 per cento, con un dislivello sul mare di 3.840 metri.
La leggenda si costruisce con la fatica
I primi 30 chilometri filano via lisci in pianura e il buon senso imporrebbe di risparmiare energie, eppure c’è chi spinge da subito sopra i 50 orari e si comincia a sgomitare tra migliaia di biciclette. Poi arriva il Bertinoro, roba affrontabile ma da non prendere troppo alla leggera perché dietro c’è un altro strappetto sul Polenta. Pochi chilometri più in là e davanti ti trovi Pieve di Rivoschio che dà soddisfazione e una vocina nell’orecchio dice che si può fare senza strafare, meglio se tirando un po’ il fiato. E di nuovo giù per una discesa corta e ripida che risale subito verso il Ciola, con i primi tremila metri impegnativi fatti di impennate tra l’8 e l’11 per cento e gli altri tremila che riportano in basso allo storico Mercato Saraceno del bestiame. Ok, fermi tutti, qui il ciclista di medio livello alla sua prima Granfondo cesenatica farebbe bene a non lasciarsi scappare battute del tipo: «Me li mangio a morsi questi Nove Colli». Perché a rimetterlo in riga tra cassetta pignoni e moltipliche più corte c’è il Barbotto, che con gli occhi fuori dalle orbite e la salivazione che aumenta fa chiedere: «Ma perché sono qui?».
Lassù, a 507 metri, siamo appena al novantesimo chilometro, nemmeno metà gara e sono in arrivo altri due dubbi esistenziali: Monte Tiffi e Perticara risalendo fino a 653 metri. Qui, l’unica soluzione è crederci, salire sui pedali e abbracciare la fede nel Dio delle due ruote senza motore. Qui c’è la prima vera selezione, farcela significa tagliare il primo traguardo dei 135, la versione più leggera del percorso. Di fronte, altri tre colli per 70 chilometri. C’è la vetta più alta della gara, il Monte Pugliano a 791 metri, ci sono le allucinazioni da acido lattico che, mescolate al caldo di inizio estate, trasformano un cicloamatore allenato in un Fantozzi alla Coppa Cobram. In confronto, il successivo Passo delle Siepi è una mezza scampagnata. Ma il vero esame per entrare nel mito è il Gorolo: al 175esimo è come avere davanti l’Everest, un muro di lacrime e sdoppiamenti della personalità, l’ultimo strappo, quasi un rito sciamanico per riconnettersi con la normalità. Con quel Bar del Corso da cui anche quest’anno, il 20 maggio, partiranno in 12mila.
Diecimila iscrizioni volate via in 3 minuti e 25 secondi (gli altri rientrano nella formula pettorale + hotel) in un click day che fa concorrenza ai concerti di Vasco Rossi.
La magia del Sangiovese
"Tutti alla Nove Colli, perché non parliamo più tanto di gara di granfondo, ma di mito che conserva ancora gli ideali del ‘71 agganciati al gioco, al divertimento, all’emozione. È vero, oggi l’amatore assomiglia di più a un professionista con tabelle d’allenamento e diete personalizzate, ma i colori dell’alba, i rumori del cambio e dei rapporti, il piccolo vociare alla partenza, l’entusiasmo della gente che incita i partecipanti ad andare avanti, il paesaggio della Romagna, sapere che su queste strade si sono allenati e hanno corso grandi campioni, sono tutti ingredienti che tengono ancora in piedi la magia genuina del ciclismo d’altri tempi. E sì, grazie anche a spaghetti e maccheroni con vari sughi, piadine con la salamella e porchetta, perché la Nove Colli ha proprio il sapore della Romagna e di quegli otto pionieri seduti al tavolo di un bar".
Il presidente Alessandro Spada del Gruppo Ciclistico Fausto Coppi, organizzatore della Granfondo, dimentica forse un ultimo elemento essenziale: un po’ di sana follia ubriaca.

Come si dice in dialetto in quel pezzo di Romagna:
"Par fè la Nove Colli, a so partii cun e Sanzveis in tla buracia".
Per fare la Nove Colli, sono partito con il Sangiovese nella borraccia.

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