Quando i medici prescriveranno videogiochi

Il mondo dei videogiochi sta conoscendo un ritmo di espansione mai visto nella sua storia. Questa crescita non sta solo interessando la tradizionale industria dell’entertainment, ma sta entrando di prepotenza anche in settori un tempo completamente immobili, se non addirittura ostili, al richiamo del joystick.
Dall’allenamento in casa o in palestra all’hotellerie, dalla scuola 2.0 al marketing, le applicazioni per l’interattività sembrano non conoscere limiti, con l’ultima frontiera appena raggiunta dalla Digital Medicine.
Magari non per l’influenza, non per l’emicrania e nemmeno per abbassare il colesterolo, ma sembra che presto, molto prima di quanto ci si potrebbe aspettare, anche i videogiochi potranno essere prescritti dal medico. Che sia la sconfitta definitiva della retorica dei videogame pericolosi, nemici del benessere e sostanzialmente dannosi da ogni punto di vista? Forse. Sicuramente in California c’è chi sarebbe pronto a  scommetterci.

Come i videogiochi aiutano la scienza medica

Autismo, depressione, ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), Alzheimer: cos’hanno in comune questi disturbi? Apparentemente non molto. Eppure, e lo si dovrebbe aver imparato già da bambini, fermarsi alle apparenze non è mai una buona idea.
E Adam Gazzaley, fondatore e direttore del Neuroscape Lab e professore di Neurologia, Fisiologia e Psichiatria all’Università della California a San Francisco, oltre ad aver mostrato che le cose in comune sono più di quanto sembri, sta lavorando perché ce ne sia una ulteriore: l’integrazione dei videogiochi nel loro trattamento.
Ad aver dato avvio al lavoro di Gazzeley è stata la constatazione di un elemento ricorrente: tutte le persone affette da questi disturbi mostrano difficoltà nelle funzioni esecutive, ovvero quelle funzioni deputate a pianificazione e controllo del comportamento, fondamentali per il monitoraggio e la modifica del comportamento nell’adattamento alle condizioni ambientali, e nel processare le interferenze cognitive.
In più, per chi soffre di determinate patologie alcune abilità relative all’attenzione risultano essere particolarmente complesse, e non esistono medicinali capaci di risolvere efficacemente il problema, soprattutto senza effetti collaterali.

A questo punto, allora, ti starai domandando: “Ok, ma i videogiochi?”.

Dal brain training alla digital medicine

Il team di scienziati di cui il prof. Gazzeley è a capo sta lavorando allo sviluppo di videogiochi che sarebbero in grado di migliorare le funzioni cognitive. Si tratta di videogames che hanno come focus proprio l’elemento dell’attenzione, ponendosi l’obiettivo di allenare e incrementare le abilità di attenzione selettiva, di mantenimento dell’attenzione e di rapidità nel trasferimento dell’attenzione su compiti diversi.
Nelle intenzioni dei ricercatori, questi videogiochi potranno essere impiegati a  supporto dei trattamenti dei disturbi oggetto degli studi di Gazzelay. E certo non si può dire che i propositi non siano ambiziosi: con la collaborazione della “prescription digital medicine company” di Boston Akili Interactive, stanno lavorando per far ottenere a questi games lo status di veri e propri medicinali, dando vita a un’intera nuova categoria di medicina digitale.

Un videogame come medicinale

Ma in che modo un videogame può essere impiegato in medicina e, soprattutto, agire sul cervello per migliorarne le funzioni? In buona parte dei casi, determinante è lo stimolo congiunto di abilità cognitive e fisiche: è questo l’elemento alla base di Body Brain Trainer, un videogame che sfrutta tecnologie di motion capture per integrare in un unico ambiente di gioco il training cognitivo e quello fisico.
Body Brain Trainer coinvolge i tre aspetti principali del controllo cognitivo: l’attenzione, la memoria di lavoro e la gestione dell’obiettivo, richiedendo ai giocatori di rispondere agli stimoli attraverso il movimento di tutto il corpo. L’ipotesi è che in questo modo si ottenga un impatto maggiore nell’incrementare le abilità cognitive rispetto al solo esercizio fisico o al solo brain training.
Sempre sull’integrazione di movimento e stimoli cognitivi si basa Rhythmicity, una piattaforma mobile di training cognitivo progettata per insegnare il ritmo al fine di migliorare le funzioni cognitive complessivamente intese. Il ritmo infatti, come si può leggere nella scheda di presentazione del gioco, è un aspetto fondamentale del funzionamento del cervello: dalle fluttuazioni ritmiche tipiche dell’attività neurale ai meccanismi di comunicazione tra le diverse aree del cervello, ha molto a che fare con l’attenzione, la percezione e la memoria.
Il progetto più ambizioso di tutti è però forse Project Evo, evoluzione di Neuroracer, il primo videogame per l’allenamento delle funzioni cognitive nato nel laboratorio di Gazzelay. Se gli studi su Neuroracer avevano mostrato miglioramenti cognitivi nei livelli di attenzione e nella memoria di lavoro negli adulti in età avanzata, in seguito a un mese di gioco regolare, Project Evo vuole spingersi molto oltre, aspirando a diventare uno strumento diagnostico per il morbo di Alzheimer e un supporto ai trattamenti per ADHD, depressione, demenza vascolare, autismo e traumi cranici.
Soltanto il tempo potrà decretare la vittoria o la sconfitta della scommessa di Gazzelay. Intanto, forti della copertina che Nature ha dedicato agli effetti straordinari di Neuroracer, possiamo comunque accontentarci di avere una scusa in più per videogiocare.

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