Lo stato di quiete

In fisica l’equilibrio è “lo stato di quiete di un corpo”. Per la meccanica “la condizione di un sistema in cui la sommatoria di tutte le forze esterne risultano nulle”.
m-tiberi-downhill
Strano a dirsi, quando sfrecci giù da un pendio e le ruote schizzano ghiaia a valle. Uno stato di quiete che è un paradosso quando ogni nervo del tuo corpo è teso verso la prossima rampa, verso il prossimo salto, le dita incollate sulle leve dei freni. Quando stai sfidando una velocità che non appartiene al tuo corpo. Quando tutte le forze esterne si annullano a ogni giro di ruota. Ogni volta che gli ammortizzatori sprofondano nella pressione di un tubo di metallo.
Allora è l’equilibrio, lo stato di quiete.
m-tiberi-bike
Lo sa anche Andrea Tiberi, “Tibi” per gli amici, 31 anni, campione italiano di cross country nel 2015, da 13 anni nella Nazionale Italiana MTB, 14 Europei e 12 mondiali all’attivo.
Tiberi che, a sette mesi dalle Olimpiadi di Rio, scopre di avere un tumore alla tiroide. Le forze esterne fanno pressione. Eppure, ricorda, era un periodo in cui stava in gran forma.
Come esordiva Paul Auster in Diario d’Inverno, «Pensi che a te non succederà mai, che sei l'unica persona al mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succederti tutte, esattamente come succedono a tutti gli altri».
Hanno dovuto fare tutto in gran fretta.
Dopo due settimane Tibi era sotto ai ferri e gli hanno esportato la tiroide. Sballati gli ormoni e imbottito di sostitutivi, il suo corpo non si riconosce. Ma dopo sette mesi Andrea è a Rio. Diciannovesimo posto: è già un podio di per sé. Le forze esterne, piano piano, si riallineano, la ruota torna a girare e il movimento restituisce ad Andrea l’equilibrio.
m-tiberi
Ha gli occhi buoni Andrea. Gli occhi di chi è cresciuto in montagna, in un paesino di tremila abitanti dell’Alta Val di Susa. Se l’agonismo è parte integrante del suo mestiere, questo non traspare da quello sguardo rotondo. Come se vincere fosse un traguardo da raggiungere in uno spazio ristretto, dall’alluce al naso, e non implicasse una sfida con altri. Lo salutano tutti Tibi, mentre andiamo a pranzo, gli chiedono
foto, note vocali per i nipotini, ragazze e ragazzi che forse hanno il suo poster in camera. Siamo in montagna, più che fan, si tratta di amici.
Un equilibrio, appunto, collaudato negli anni, mai precario. Consolidato in piccoli gesti quotidiani di sincero affetto. “So chi è Andrea. So cosa ha fatto. Gli piace la montagna.” E tanto basta.

Musiche di WAVE

Andrea, esiste il talento nello sport? C’è chi ci nasce così oppure sportivi si diventa?

Secondo me un po’ ci devi nascere. È risaputo che ci siano caratteristiche genetiche che devono spiccare in certi sport, altrimenti rischi che manchi il motore. Quindi di base un po’ devi esserci nato. Dopodiché c’è una componente importantissima: la testa e la motivazione. Devi porti obiettivi ampi e puntare a fare al meglio quello che fai. Per essere un campione devi avere entrambi.

Cos’ha un fuoriclasse come Schurter, ad esempio, rispetto agli altri?

Lui è come le recensioni degli sci sulle riviste. Questo sci ha tre stelline sulla neve dura, quest’altro tre stelline sullo neve polverosa, ecc. Su certe cose tu puoi avere tre o quattro stelline. Lui ha cinque su tutto.
Un motore pazzesco, potentissimo a livello fisico e una testa inquadratissima. È il più forte, tecnicamente.
Ha battuto tutti i suoi avversari grazie all'unione di questi fattori.

Hai mai avuto il dubbio di non avere le caratteristiche giuste?

Mi sono trovato a dover lavorare su determinati aspetti. Un po’ di anni fa mi sono reso conto che su alcuni terreni non ero un granché e perdevo secondi in gara. Anche a livello fisico mi sono mosso in un certo modo. Avevo carenze che ho dovuto compensare in modo mirato.
mycycling-workout

Sapersi allenare è, a sua volta, una forma di talento? O quello si può imparare nel tempo?

Ad esempio, nell'arrampicata sportiva, ci sono atleti che non sono particolarmente dotati a livello tecnico, ma riescono a compensare con l’allenamento fisico.
Sicuramente la dote di “sapersi allenare” è centrale. Nel nostro ambito ci sono due scuole di pensiero. Ci sono quelli che corrono sempre e poi ci sono quelli che, per contro, preferiscono prendersi dei periodi di stacco dalle gare per fare un lavoro specifico e di qualità. Io sono un po’ di più per questa filosofia. Secondo me certe gare servono anche ad allenarsi, ma non tutta la preparazione si fa lì. C’è bisogno di lavori mirati e approfonditi. Io ho studiato Scienze Motorie e quindi sono, se vogliamo, “accademico”, scientifico. Anche per questo lo vedo come un aspetto centrale. Sono i casi in cui poi si nota la differenza tra chi riesce ad esprimersi al massimo in allenamento e chi no. A fine marzo ero in ritiro con i ragazzi della Nazionale. Molti avevano sui venticinque anni. Un giorno dovevo fare delle ripetute un po’ toste, da un minuto a tre. Ci siamo messi in gruppo a pedalare. Iniziamo e, dopo poco, si sono tutti bloccati chiedendosi come fosse possibile
che riuscissi ad avere quella continuità.

In che modo lo sport influenza la tua vita? Quanto convivono lo sportivo e il Tibi di casa?

Non ho mai voluto vivere in funzione della bici. Essere legato nella totalità ai vincoli alimentari e sociali. Non ho mai voluto farlo perché credo fortemente che non ci sia solo quello nella vita. Bisogna vederlo semplicemente come un lavoro. Un lavoro sì bello, piacevole, un sogno direi. Ma non c’è solo quello. E poi, soprattutto, quel sogno un giorno finirà. Warren Barguil, uno che è andato fortissimo al Tour, uno che ha studiato, in un’intervista ha detto che troverebbe sciocco fare la vita che fanno certi colleghi. Non avrebbe più senso niente di quello che fa se non potesse godersi una birra o una grigliata. Detto ciò, la bici influenza sempre la tua vita ventiquattrore al giorno. Anche se pensi di vivere a pieno la vita, devi sapere che tutti i giorni devi essere fisicamente presente e tenere sempre una parte della mente dedicata al lavoro. Quando arrivi a fine stagione e stacchi, in verità si tratta di un’illusione. Stacchi veramente solo quando chiudi la carriera.

Mi sono sempre immaginato che a un certo livello gli sportivi abbiano un pensiero fisso che fa superare i momenti difficili.

Qualcosa bisogna averlo sempre. All’inizio era essere tra i migliori, sempre. Sono arrivato in una fase della mia carriera, tra i ventisei e i ventisette anni, in cui facevo un po’ di granfondo e un po’ di marathon, oltre al cross country, e in nessuna di queste discipline ero tra i migliori. Allora ho deciso di fare selezione. Ho scelto il cross country e il mio obiettivo era andare alle Olimpiadi. Mi sono imposto obiettivi di crescita ogni anno. Quella è stata la motivazione per il lavoro degli ultimi anni, gli stessi in cui sono passato da avere una determinazione agonistica generica ad una più specifica. Solo così sono riuscito ad avere una preparazione migliore. Le Olimpiadi sono state l’apice, con tutto quello che c’è stato in mezzo per arrivarci. Deve esserci sempre qualcosa che ti scatta nella testa. Altrimenti affronti allenamenti come quelli sul rullo con disperazione.
m-workout

In effetti i rulli non sembrano particolarmente eccitanti. Come affronti la “noia da rullo”?

Quando il rullo era rullo, una volta, mi mettevo lì con un film, i pochi DVD che avevo in casa. Non so quante volte ho visto i Pirati dei Caraibi. A un certo punto non pensi neanche più a quello che fai. In quella modalità non è neanche utile. Con MYCYCLING, invece, seguendo i programmi impostati, riesci sempre ad essere concentrato e a mantenere alta la tensione. Sia fisicamente sia mentalmente. I tempi di recupero sono molto brevi e quindi gli allenamenti passano in fretta. Non c’è più noia, è come essere in strada. Certo, una strada dritta, ma mai noiosa.
m-mycycling-app

I programmi da dove li lanci? Hai un cardio a parte?

L’applicazione è collegabile al cardiofrequenzimetro. Posso così seguire in diretta la mia frequenza cardiaca attraverso una fascia Bluetooth che si collega con lo smartphone. Ci sono i programmi preimpostati, che sono di per sé molto validi (n.d.r. Technogym Neuromuscular Training™), oppure c’è la possibilità, per i preparatori che sono registrati con Technogym, di progettare gli allenamenti e di mandarli ai propri atleti.

Che vantaggi ha MYCYCLING per l’allenamento?

Sui rulli non andavo mai, prima. MYCYCLING è un’altra cosa, lì puoi allenarti veramente bene. Certe cose le fai perfino meglio che in outdoor. Ad esempio, le ripetute di forza resistente ho iniziato a farle su MYCYCLING, perché ti permette di mantenere parametri costanti. Indipendentemente dalla pendenza della strada, ad esempio. Alcune tipologie di lavoro sono fondamentali su questo attrezzo. In inverno, specialmente, quando fuori fa freddo, è molto importante averlo con sé in casa.

Quante volte usi MYCYCLING?

D’inverno lo uso due o tre volte a settimana, per sedute non tanto lunghe, fra l’ora e l’ora e un quarto. Durante il resto dell’anno un po’ meno. Si suda tanto, le temperature estive ti costringono ad usarlo meno.
Io uso MYCYCLING anche come riscaldamento pre-gara perché spesso l’area team è un caos, e viene comodo fare riscaldamento nel paddock con quello. È buono avere una routine ben studiata da mantenere come riscaldamento: con MYCYCLING riesci ad applicare uno schema e un disegno preciso.

Quanto è importante fare allenamenti simili rispetto, ad esempio, al pedalare sui sentieri?

Non ci si inventa niente. Bisogna fare certi tipi di lavoro, ma dipende sempre uno a cosa mira. Un conto è se sei un professionista, ma se sei un amatore dipende dagli obiettivi ti poni: c’è chi lo fa per il piacere di stare in giro con meno fatica e chi lo fa per fare qualche bella gara e prendersi delle soddisfazioni.

In che rapporto ti alleni miratamente rispetto alle pedalate “di piacere”?

Faccio sempre un lavoro mirato e sistematico. Tuttavia non sono neanche quello che prende la tabella del preparatore alla lettera. Sono un po’ un caso particolare, perché mi preparo anche da solo e decido io i lavori che devo fare. Li scelgo in modo che andare in bici rimanga anche un piacere. Mi studio un giro che combaci con la preparazione, ma che sia anche divertente da fare.

Cos’è successo il giorno dopo le Olimpiadi? C’è stato il momento “bene, ora cosa faccio”?

Sì, un po’ di vuoto. Mi sono preso un periodo lungo di vacanza. Oltre alla necessità di staccare mentalmente, ne avevo bisogno anche fisicamente. Dopo l’operazione alla tiroide non ero riuscito a recuperare come avrei dovuto. Quest’anno ho deciso di prenderla più tranquillamente, a partire dal periodo invernale. Cerco di evitare anche le trasferte troppo lunghe. Ho bisogno di ritrovare la cattiveria. Adesso l’obiettivo che mi do a lungo termine è quello di un’altra partecipazione olimpica con cui chiudere la carriera. Nel 2015 ero al massimo della mia forma agonistica, tra i migliori della specialità. Dopo quello che c’è stato non sono ancora tornato a quei livelli. Adesso voglio dimostrare a me stesso che posso tornare al punto in cui ero prima. Ho una terapia sostitutiva della tiroide, comporta certi svantaggi, ma vorrei tornare lì.

Rimpianti?

Non ho mai provato a correre su strada. Mi sarebbe piaciuto provare tutte le specialità che riguardano il mio sport. Non l’ho fatto al tempo perché non lo vedevo come importante e poi me lo sono perso. Ora è troppo tardi.

BE INSPIRED

Il sito utilizza cookie tecnici propri, cookie analitici di terze parti anonimizzati, e cookie di terze parti che potrebbero profilare: accedendo a qualunque elemento/area del sito al di fuori di questo banner, acconsenti a ricevere i cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso ai cookie, clicca qui. OK