La rivincita degli alberghi

Il terremoto Airbnb è solo la punta di un iceberg che vede, sotto al pelo dell’acqua, una serie di profondi mutamenti nel modo di preferire l’ospitalità, da parte dei clienti di tutto il mondo. Un cambiamento a cui le più accorte strutture si stanno adattando con proposte in grado di unire il meglio di quanto offerto dalla sharing economy, assieme alla professionalità che solo un albergo e il suo personale specializzato sono in grado di assicurare. Ecco in che modo.
Negli ultimi 10 anni, il modo di organizzare una vacanza è cambiato radicalmente, in primis grazie ad internet e, da ultimo, grazie ad una delle più grandi rivoluzioni che si siano mai verificate nel panorama dell’industria dell’ospitalità: la nascita di Airbnb. Il successo della piattaforma, che mette in contatto locatori e viaggiatori, non è soltanto nell’ampia offerta di sistemazioni a buon mercato, quanto, piuttosto, nella possibilità di vivere esperienze di viaggio maggiormente radicate nel contesto in cui esse hanno luogo, e a volte anche molto più originali e avventurose dell’offerta alberghiera tradizionale. Per lo stesso motivo si sono moltiplicate le opportunità di “scambio casa”, gli alberghi diffusi e molti altri esempi di ospitalità liquida.
Se, tuttavia, l’opportunità di calarsi in contesti più local rappresenta di certo un’attrattiva, è pur vero che il consolidamento di questa offerta sta mostrando in maniera sempre più evidente i limiti di questo tipo di hospitality, come le carenze dal punto di vista dei servizi, e la natura piuttosto solitaria di questo tipo di esperienze.
È, così, sempre più evidente come il pubblico sia, di certo, propenso ai cambiamenti, ma come pure abbia bisogno di essere rassicurato. Come farlo? Ripartendo dalle radici dell’industria alberghiera, da un concetto più profondo di ospitalità, traendo, al contempo, preziosa ispirazione dalle caratteristiche che si sono dimostrate vincenti delle soluzioni home made.
In questo senso, sembra chiaro, ad esempio, che, delle sistemazioni alternative, il pubblico apprezzi particolarmente l’unicità: non già un albergo dalle stanze tutte uguali ma un luogo dal tocco personale, in cui sia possibile osservare un oggetto caratteristico, ascoltare un aneddoto, apprezzare un filo conduttore. Molti utenti, in altre parole, cercano, oggi, spazi che sappiano raccontare una storia.
Piuttosto eclatante, a questo proposito, è il caso del Liberty Hotel di Offenburg, cittadina tedesca nella Foresta Nera, che accoglie i suoi ospiti dentro all’edificio di una ex prigione. Al suo interno, alcuni spazi evocano in modo ancora molto potente l’antica funzione, ma è ugualmente possibile percepire anche un’atmosfera calorosa, impreziosita da un design moderno e da una notevole cura per i dettagli.
Il progetto del William Hotel è complessivamente più tradizionale, ma è reso eccezionale dalla scelta radicale di dedicare un colore ad ogni piano dell’albergo ed esplorare approfonditamente, in ognuno di essi, le varie declinazioni che la correlazione tra architettura, arte e design è in grado di esprimere.
Una ricerca capace di trasformare ogni camera in una sorta di grande quadro in 3D, di certo particolarmente apprezzata dalla sofisticata clientela degli amanti dell’arte. Decisamente originale, poi, è El Cosmico: tanto un hotel, quanto un campeggio nomade, realizzato all’interno di un terreno di 8 ettari, nel deserto di Marfa, in Texas. La missione aziendale è di dare ai visitatori l’opportunità di accedere alla maestosità delle pianure desertiche grazie ad un mix di offerte artistiche, esperienze naturalistiche e dolce far nulla. Gli ospiti, come in ogni glamping che si rispetti, possono scegliere tra molte sistemazioni suggestive: ci sono roulottes vintage, tepee in stile Sioux, tende da safari e da campeggio. A disposizione degli ospiti ci sono alcune attrezzature comuni: un’area per le amache, una cucina all’aria aperta e un palco.
Ad emergere, insomma, è l’immagine di un viaggiatore che, pur di potersi sentire più vicino alla vita di un abitante locale e pur di godere di esperienze più veraci, è disposto a rivedere - anche radicalmente - alcuni dei più consolidati standard alberghieri. Dormire in una vera yurta, in Mongolia, o più semplicemente in una casa con due gatti residenti, è una scelta che porta con sé numerosi disagi e che, per certi versi, sembrerebbe testimoniare la nascita di una generazione di ospiti estremamente adattabile. Ma è pur vero che non tutti, sono sempre alla ricerca di avventure. Chi viaggia molto, ad esempio, e specialmente per lavoro o per poco tempo, continua a preferire soluzioni che non prestino il fianco ad imprevisti o che possano essere causa di preoccupazioni non desiderate: tutte cose che la shared hospitality non può garantire, e a cui dev’essere - giocoforza - preferita la professionalità di un hotel. Eppure, anche il frequent traveller sembra ormai pronto a rinunciare ad alcuni benefici - come camere spaziose o bagni privati - pur di avere qualcosa di più in cambio. Se, infatti, sempre più di frequente, i rapporti con le strutture stanno assumendo una dimensione puramente virtuale (con prenotazioni e check-in effettuati in completa autonomia), analogamente si stanno riducendo le occasioni di incontro con personale local e, più in generale, con altri turisti o viaggiatori. Una mancanza a cui, i più attenti imprenditori del settore alberghiero stanno fornendo risposta attraverso un ripensamento della distribuzione degli spazi, all’interno dei loro hotel. Una soluzione win-win che prevede la riduzione della dimensione delle stanze, a fronte dell’ampliamento degli spazi comuni. Il risultato? Una maggior ricettività, più guadagni, ma anche nuovi luoghi di aggregazione e una maggior soddisfazione da parte dei clienti. Un albergo può avere, così, 300 camere dove prima ce ne stavano 200, offrendo tuttavia molti più spazi di lavoro e socializzazione. Spesso, per altro, si tratta di hotel che dispongono di servizi limitati - nessun servizio in camera o concierge - ma offrono un prodotto di alta qualità ad un prezzo accessibile.
Gli ospiti del Society Hotel di Portland, in questo senso, possono ad esempio scegliere tra stanze con letti a castello e bagno comune, come in un ostello tradizionale, e suites private, ma entrambe curatissime nel design. Al piano terra, un accogliente lounge bar permette agli ospiti di conoscersi tra loro e incontrare anche molti residenti che amano lo stile hipster del locale, secondo un modello che sta facendo - tra gli altri - la fortuna della catena Ace Hotel.
Quasi futuristica è la soluzione proposta dagli YOTEL, una piccola serie di alberghi presente negli USA e in alcuni aeroporti europei. Il loro design è basato sullo stile delle cabine aeree di prima classe dove ogni cosa ha un suo posto, grazie ad un design compatto ed efficiente. Attraverso l’uso della tecnologia sono stati ridotti all’osso gli aspetti noiosi, a detta loro, delle interazioni alberghiere: il check-in è automatizzato, l’assistenza è on-line, l’accesso alle camere è senza chiavi. La socializzazione è garantita dalle aree di co-working, dal servizio di palestre e piscine aperte 24/7 e da vari spazi lounge bar con ristoranti ed attrazioni, mentre le stanze compatte, ma molto comode e accessoriate, offrono un soggiorno lussuoso al viaggiatore poco ciarliero.
Analogamente, i Pod Hotels sono posizionati strategicamente in alcune delle più vivaci aree di Manhattan, Brooklyn e Washington DC, offrendo stanze essenziali e spazi di socialità, ma puntano soprattutto sulla riduzione dei costi di gestione. Ciò ha consentito di abbassare notevolmente i prezzi al pubblico, senza diminuire la qualità e il comfort delle camere - probabilmente il trend che la maggior parte del pubblico auspica possa dilagare!
Ancora, il Michaelberger Hotel - un piccolo albergo a gestione familiare, a Berlino - sembra essere un interessante crossover tra un’esperienza di ospitalità alternativa e un albergo tradizionale, in una soluzione estremamente originale. L’hotel dispone, infatti, di una moltitudine di opzioni, in termini di sistemazione: dai letti a castello, alle camere in duplex, fino ai mini appartamenti - ognuna arredata con uno stile coerente ma ogni volta diverso. L’accogliente ristorante serve colazioni, pranzi e cene dai menù biologici in un ambiente conviviale con grandi tavolate, e gli spazi per eventi o riunioni aziendali sono professionali pur mantenendo un aspetto fondamentalmente domestico e rilassante.
Interessante è il concept sviluppato dai manager dell’hotel The Dean di Dublino. Al suo interno, è, infatti, possibile scegliere tra camere piccolissime, piccole, medie ed enormi. Una possibilità che permette di attirare tanto chi, solitamente, preferisca pernottare in un ostello, quanto chi ami il massimo del comfort, con tutte le sfumature che passano tra queste due diverse tipologie di viaggiatori. Questo tipo di soluzione consente ad ospiti tanto diversi tra loro di venire in contatto ed interagire all’interno dei medesimi ambienti, con spazi comuni molto caratterizzati, e con ben tre locali, situati all’interno dell’albergo, dalle anime molto diverse, accessibili anche dall’esterno, frequentati anche da una corposa clientela dublinese, grazie alla spettacolare location con vista sulla città.
La catena Arlo Hotels, da ultimo, oltre ad offrire ben sei ristoranti nella sede di SoHo e cinque in quella di NoMad (parliamo sempre di New York), punta ad una clientela trasversale, in termini di potere d’acquisto, accomunata dal gusto per spazi curati dal design minimalista e dall'amore per il convivio. Un mix ben riuscito che è valso alcuni dei dei più importanti premi del settore alberghiero, nel corso del 2017, tra cui il best new concept assegnato in occasione degli ultimi Ahead Awards.

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