David Byrne, una vita fra bicicletta e utopia

David Byrne non è esattamente un ciclista sportivo. È, piuttosto, un flâneur della bicicletta: un dandy metropolitano in esplorazione, un “botanico dell'asfalto” (come da definizione irresistibile di Gian Piero Piretto), un voyeur di edifici e umanità. Nella sua New York e poi ovunque, dall'Europa al Giappone all'America Latina. «Quel punto d'osservazione - più rapido di una passeggiata, più lento di un viaggio in treno, mediamente più alto di quello di una persona - è diventato, negli ultimi trent'anni, la mia finestra panoramica sul mondo», scrive Byrne nel suo libro del 2009, I Diari della Bicicletta. «Attraverso lei, lancio uno sguardo nella mente del mio prossimo così come si manifesta nelle città in cui vive. (…) Basterebbe che uno scienziato cognitivo guardasse quel che abbiamo creato - gli alveari che abbiamo costruito - per capire cosa pensiamo e quali sono le nostre priorità».
(cc) Flickr/Carlos Santiago
Un anno prima, nel dare notizia dell'installazione di alcune rastrelliere portabici da lui disegnate (una a forma di chitarra a Williamsburg, il quartiere hipster di Brooklyn; una a forma di dollaro a Wall Street), il New York Times  tratteggia un profilo di Byrne la cui conclusione ironica avvolge un nocciolo di verità amara: «Autore di installazioni, scrittore, blogger, produttore discografico, fotografo, regista (…). Ogni tanto si diletta anche di musica».
L'ironia sarà sfuggita solo a chi non lo conosce: dietro la miriade di talenti e interessi, David Byrne resta anzitutto un musicista, almeno sulla carta. Leader dei leggendari Talking Heads, ha inanellato un buon numero di piccoli capolavori anche nella successiva carriera da solista. Nel 2011, Paolo Sorrentino lo vorrà nei panni di sé stesso in This Must Be The Place; tre anni dopo, sempre Sorrentino dedicherà l'Oscar per La Grande Bellezza alle sue più importanti fonti di ispirazione: i Talking Heads aprono la lista, seguiti da Fellini, Scorsese e Maradona. Byrne, tra parentesi, è arrivato prima: la statuetta se l'è aggiudicata nel 1988, per la colonna sonora de L'Ultimo Imperatore.

Una lunga pausa dalla musica

Photo Credit (cc) Flickr/Claudio Olivares Medina
Nel 2009, però, David Byrne non pubblica un disco completamente suo da ormai cinque anni. Scrive, riflette, gira il mondo e lo scruta dalla sua nuova finestra panoramica. Forse ridefinisce il suo concetto di benessere, che per un ciclista in una grande città coincide spesso con la possibilità di esistere: Roma sarà pure spettacolare, ma è anche uno dei centri meno bike-friendly in cui Byrne si venga a trovare, e il piacere del panorama è spesso interrotto dal sentore di un veicolo pirata. A Tokyo contempla le opere di Yukio Nakagawa, virtuoso dell'Ikebana, l'arte della composizione floreale; sono così eleganti che a malapena riesce a distinguervi dei fiori. Poi inforca la bicicletta e, in un anticlimax che ha del comico, è costretto dal traffico a sfrecciare sui marciapiedi, facendo lo slalom tra casalinghe giapponesi con le sportine.

Homecoming

Di nuovo in America, David Byrne si fa un giro a Baltimora, la sua città natale, e la ritrova morta. Pare una Chernobyl evacuata, con un tasso d'omicidi cinque volte superiore a quello di New York.

Capisce che una città che si immola alle automobili ha conseguenze per tutti, non solo per ciclisti e pedoni: le superstrade si moltiplicano e la frammentano, le scippano l'identità isolandola dalle rive di laghi, mari o fiumi presso cui un centro urbano tende naturalmente a sorgere; i quartieri si spengono, le vecchie strade urbane, un tempo congestionate, si fossilizzano e scompaiono. «Il più delle volte, le auto non imboccano queste superstrade per raggiungere case o attività della città accanto», scrive sempre ne I Diari, «ma per superarla del tutto, la città».

Nel frattempo passa un anno, poi due: Byrne pubblica sul suo blog diari di viaggio sempre più dettagliati. Non ha ancora inciso un nuovo disco.

(cc) Flickr/@amarulero
È a quel punto, nel luglio del 2011, che arriva a Bogotà. Lo portano a visitare il minuscolo barrio di Bellavita: sorto illegalmente, sulle prime è un grumo di case primitive senza strade, acqua o servizi igienici; quello che in Brasile chiamerebbero favela. Quando Byrne lo visita, invece, è un quartierino così lindo che pare quasi uscito da Happy Days. Che è successo? Come è riuscita, l'amministrazione del sindaco Enrique Peñalosa, a invertire il declino? Ha forse a che fare con le nuove piste ciclabili, che costeggiano i prati curati e le case di mattoncini arancioni?

Rewind

C'è da riavvolgere il nastro. Esisteva, spiegano a Byrne, un piano da 600 milioni di dollari per la costruzione di una superstrada, prevedibilmente efficiente e letale, simile a quella che ha contribuito a polverizzare Baltimora. Peñalosa si è opposto, e ha destinato parte del denaro risparmiato alla realizzazione di un'idea migliore: una linea di bus veloci a corsia dedicata, la TransMilenio, i cui terminal sono stati dotati di ampi parcheggi interni per biciclette. Non più isolati, gli abitanti di comunità-satellite come Bellavita raggiungono i terminal pedalando.

Dopo qualche altro chilometro di bus, trovano la città e tutte le sue possibilità lavorative e ricreative. L'idea della TransMilenio non è inedita: è stata inaugurata qualche tempo prima a Curitiba, capitale del Paranà brasiliano, e sta iniziando a diffondersi a macchia d'olio.


Playlist
Ci è tornata in mente questa storia perché poche settimane fa è uscito finalmente un nuovo disco di David Byrne, il primo interamente a sua firma da quel lontano 2004. Si intitola American Utopia, ed è un disco ottimista.

Prima della pubblicazione, il musicista ha preparato il terreno con un progetto laborioso: si chiama Reasons to be Cheerful, “ragioni per essere felici”, e comprende un sito   e un ciclo di conferenze tra il terapeutico e l'ispirazionale. Sono tempi bui, dice Byrne; setacciamo il mondo in cerca di buoni esempi, nati nella provetta di piccole realtà («La speranza, spesso, accade a livello locale») ma replicabili ovunque. Inizierò io a elencarne qualcuno, aggiunge Byrne. Tra i primi che propone, a sette anni di distanza, c'è il caso Bogotà.

10 anni di viaggi in bici

Come chiunque faccia arte, David Byrne aveva bisogno di un buon motivo per scomodarsi. La sua è sempre stata cosmopolita, ma stavolta, dentro, c'è forse un po' di mondo in più. Ci sono dieci anni di viaggi in bicicletta e di rivendicazione della salute e del benessere; c'è tutta la rivoluzionaria spudoratezza di un'utopia in tempi distopici.
Pedalando lui stesso da Bellavita fino al terminal della TransMilenio, in quel lontano 2011, Byrne si trova di fronte l'ultimo punto del piano di riqualificazione di Peñalosa: si tratta di El Tintal, un hub creativo con biblioteca e auditorium fatto costruire al posto di una discarica (di cui Peñalosa insiste per mantenere la rampa d'accesso, a mo' di memento), già diventato centro catalizzatore per una comunità un tempo dispersa. «Noi delle arti umanistiche (…) ci raccontiamo spesso che il nostro lavoro ha un effetto positivo. Spesso ho dei dubbi in proposito.

Musicista, ciclista e sognatore


Playlist
Dubito che l'arte o una canzone possano far cambiare idea alla gente – ma pare possano cambiarle la vita in altri modi». La nostra è una ricostruzione un po’ romanzata, senza pretese di infallibilità, ma ci piace pensare che il primo ingranaggio di American Utopia sia scattato proprio in quel momento: quando il musicista, il ciclista e l'utopista, grazie una particolare inclinazione dell'asse terrestre, si sono ritrovati per un secondo perfettamente allineati.

/related post

Le novità di Apple watchOS 5 per il fitness (e non solo)

Arriva Apple WatchOS 5, il nuovo sistema operativo per lo smartwatch Apple con nuove funzioni dedica...

Il sito utilizza cookie tecnici propri, cookie analitici di terze parti anonimizzati, e cookie di terze parti che potrebbero profilare: accedendo a qualunque elemento/area del sito al di fuori di questo banner, acconsenti a ricevere i cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso ai cookie, clicca qui. OK