Cinque dischi insoliti per il tuo workout

Mark Greif è uno splendido, irritante bastian contrario. Polemista provetto, nella sua ultima raccolta di saggi Against Everything (Pantheon Books, 2016) ci spiega per benino perché dovremmo smettere di fare esercizio fisico. Andare in palestra, dice Greif, ci rende consapevoli di essere macchine, e nostalgici dei tempi in cui le macchine regolavano la nostra vita lavorativa. Riflessioni così vaghe che non solo non possiamo smentirle, ma non ne abbiamo il tempo: tra mezz'ora ci aspettano a cardio, Mark.
Un passaggio però ci è piaciuto. Greif loda l'esercizio fisico fatto in casa, privatamente, senza metodo: un tipo di esercizio che, secondo lui, riprenderebbe “certe libertà eccentriche tipiche delle tecniche del sé. È simile a una danza”. Giusto, ma perché non può essere valido per ogni tipo di esercizio? Danza e autodisciplina non hanno mai fatto a pugni, e in palestra non abbiamo visto divieti di eccentricità.
Per farla breve, vi proponiamo una lista di cinque album da ascoltare durante il workout. Non una banale compilation adrenalinica (Song #2) dei Blur ve l'hanno già suggerita in troppi, ma un'eccentrica colonna sonora per le vostre personali “sessioni di danza”. Musica di artisti amanti del rischio, capace di elevare la mente e portarla altrove mentre il corpo resta sulla bike  e si addossa tutto il lavoro. Buon divertimento!

Derek Bailey, Carpal Tunnel

(Tzadik Records, 2005)

Disco inascoltabile, ma da ascoltare. Derek Bailey è un chitarrista d’avanguardia a cui non piacciono le canzoni: ogni suo disco è un'improvvisazione totale e senza compromessi, dalla prima all'ultima corda pizzicata. Nel 2005 gli diagnosticano la sindrome del tunnel carpale, una neuropatia che colpisce il nervo mediano e con lui indice, medio e anulare. Bailey non può più impugnare il plettro, la sua abilità è compromessa. Risponde incidendo un disco: Tunnel Carpale, appunto.
Saltate la prima traccia, in cui Bailey riassume a voce l'antefatto. Le cinque successive durano tra i sei e i nove minuti e hanno strani titoli da diario personale, o da cartella clinica: After 3 Weeks, After 5 Weeks, After 7 Weeks... E di qualcosa a metà tra diario e cartella clinica, in effetti, si tratta: i brani consistono nel chitarrista che, a intervalli regolari, riaccende il registratore e verifica i propri miglioramenti strimpellando.
Per la cronaca, la diagnosi era sbagliata: Derek Bailey soffre in realtà del Morbo di Gehrig e si spegne alla fine di quell'anno. In un certo senso, il disco motivazionale per eccellenza.

David Bowie, Earthling

(Virgin/BMG, 1997)


Playlist
David Bowie ci manca moltissimo, quindi lo inseriamo d'ufficio. Questo però è un Bowie controverso: quello che negli anni '90 si fa un giro per la scena rave inglese con la borsa della spesa in mano, prende in prestito un po' di elettronica drum'n'bass e corre a casa a imbastardirla con il suo inconfondibile stile angloborghese.
Il risultato sono nove tempeste in un bicchiere, esplosioni di energia trattenuta che sono capolavori di controllo e disciplina. Pezzi nervosi, ma di un nervosismo crepuscolare e vestito di tweed. Come Dead Man Walking, galoppata techno (provatela sul tapis roulant) con un testo agrodolce dedicato a Neil Young e forse anche a Bowie stesso, star “più vecchie dei film”. La critica sottovalutò il disco, accusandolo di giovanilismo; ma è la stessa critica che applaudirà Blackstar, il disco dell'addio, di cui Earthling è il parente più stretto.

The Residents, Diskomo

(Ralph Records, 1980)

Artisti, provocatori, solo per caso musicisti. Conoscerete i Residents per quella famosa foto in cui indossano frac, cilindri e maschere a forma di bulbo oculare: caratteristica principale del gruppo è infatti l'assoluta segretezza che avvolge l'identità dei quattro membri. Nel '77 incidono Eskimo, un album che in realtà è un documentario: mentre altrove esplode il punk, loro ci raccontano tradizioni, superstizioni e vita impervia dei popoli dell'Artico, attraverso sei paesaggi sonori - chiamarle canzoni sarebbe da sconsiderati - fatti soprattutto di vento che soffia, neve calpestata e invocazioni rituali.
Non ignoriamo che un disco per il workout deve contenere almeno un minimo sindacale di ritmo. A voi sulle bike proponiamo allora il successivo Diskomo, autoparodia demente che prende Eskimo e lo remixa in chiave sintetico-danzereccia, a metà tra i Kraftwerk e una puntata di Black Mirror. La furia con cui i Residents scarabocchiano i baffi a un loro stesso disco di culto non deve sorprendere: se ascoltate bene l'originale, scoprirete che gli eschimesi invocanti, a un certo punto, scandiscono lo slogan Coca Cola is Life.

St. Vincent, Masseduction

(Loma Vista, 2017)


Playlist
Masseduction è anzitutto l'architettura promozionale che St. Vincent, al secolo Annie Clark, fa costruire intorno al suo quinto disco: dalle interviste personalizzate in situazioni insolite (dialogherà con una giornalista mentre entrambe se ne stanno distese su un lettino per massaggi) al relativo tour, che vede la cantante e chitarrista sola in scena, impegnata in poco più che un suggestivo karaoke dei propri brani.
St. Vincent sta rimettendo il corpo al centro del discorso musicale, dopo che il corpo - femminile e maschile - si era perso in mille rivoli tra una piattaforma di streaming e l'altra. Lo fa mettendo in guardia dagli eccessi dell'edonismo (guardatevi il video del singolo Los Ageless) e con tutta l'ironia in cui oggi tocca avvolgere un gesto sincero, ma lo fa. Allo stesso modo, Masseduction è un disco di synthpop fisico e carnale che invita a muoversi. Filtrato e decostruito finché vuoi, con testi autenticamente ingegnosi e zeppi di nuances - e tuttavia. Annie Clark è una delle teste migliori del pop attuale: così obliqua, così letterale.

Frank Zappa, Uncle Meat

(Bizarre/Reprise, 1968)

Frank Zappa in otto parole: un compositore che non poteva permettersi un'orchestra. Per questo nel 1964 mette insieme un'improbabile rock band di dilettanti, The Mothers of Invention, e la fa sudare su spartiti da Filarmonica di Londra. E poi riposare con qualche canzoncina pop anni '50. A Zappa piacciono anche quelle.
Uncle Meat è probabilmente la summa dello Zappapensiero. Un collage di marcette crepitanti (nell'artwork di copertina appare il numero 1349, anno dell'epidemia di peste nera in Europa: qualcuno, nella marimba e nei legni che sostengono buona parte delle canzoni, ha creduto di intuire una danza di scheletri. Noi, un bel suono guizzante che pare fatto apposta per accompagnarvi allo spinner) e subito accanto minibrani surreali che qui e lì, combinazione, sembrano affrontare il tema nutrizione.
A modo loro, ovviamente. "Mangia le tue verdure / Non scordarti i piselli e il sedano / Non scordarti di portare la tua carta di identità falsa", si canta per qualche misterioso motivo in Mr. Green Genes. C'è di che prendere appunti per un bello smoothie post-allenamento.

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