Ciclismo, la fatica nell’anima

Marco Pastonesi, immagini di Stephan Vanfleteren /PANOS/LUZ

È la corsa dei muri: 18 strappi, che poi sono 18 pareti, che poi valgono come 18 pugnalate, disseminati nei 262,9 chilometri - alla morte - di gara, più altri 11,6 - gratis - di trasferimento dalla partenza ufficiosa dalla piazza del municipio di Anversa a quella ufficiale della Kruibeeksesteenweg di Burcht, il traguardo a Oudenaarde, totale 274,5 chilometri storici, religiosi e minerali. Il primo muro (Oude Kwaremont: 2200 metri con una pendenza media del 4% e massima dell’11,6) dopo 116 chilometri dal via, l’ultimo (Paterberg: 360 metri con una pendenza media del 12,9% e massima del 20,3) a poco più di 13 dall’arrivo. Il più breve, ma micidiale, è il Koppenberg (600 metri con una pendenza media dell’11,6% e massima del 22, quasi al limite del ribaltamento), il più lungo, e devastante, è il matrimonio omicida fra Kruisberg e Hotond (2500 metri con una pendenza media del 5% e massima del 9). Il più amato, perché anche i muri nella loro crudeltà si possono amare, è il Kapelmuur, che tutti semplificano (è l’unica cosa che su quelle sacre eppure diaboliche pietre si può semplificare) in Muur (750 metri con una pendenza media del 9% e massima del 20), una sorta di calvario per pellegrini e viandanti a piedi, figurarsi per chi va su a forza di pedali e pedivelle con le ruote che slittano su foglie e muschi, che si incastrano fra le pietre e le fessure dei 25 chilometri di pavé medievale, che si insinuano fra le gambe e le braccia dei tifosi urlanti attendati dalla notte precedente e appostati fin poco dopo l’alba.

Giro delle Fiandre

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È la Ronde van Vlaanderen, il Giro delle Fiandre: la sua edizione numero 102 si disputerà domenica 2 aprile e sarà, come sempre, la corsa più seguita, popolata, abitata, anche la più fritta e alcolica (salsicce e birra), un campionato del mondo (dei pesi massimi) senza titolo in palio, perché in palio c’è già quello di poter entrare nel paradiso della storia del ciclismo. Chi vince qui, dà un senso alla sua vita e diventa un eletto, un angelo, forse un diavolo, comunque un leone. Se la Parigi-Roubaix è la corsa più temuta dai corridori (“Quando si attraversa la foresta di Arenberg, sembra di essere finiti dentro una lavatrice durante la centrifuga”, spiega Pippo Pozzato, che di “inferni del nord” ne ha corsi 11, migliore piazzamento un secondo posto nel 2009, con tre ritiri), il Giro delle Fiandre è la più venerata (“Già dalla presentazione in piazza la mattina, con centinaia di migliaia di persone, con qualsiasi tempo, pronte a osannare anche il meno conosciuto dei gregari”, continua Pozzato, che ha partecipato a 14 Ronde, migliore piazzamento un altro secondo posto nel 2012, con un solo ritiro).
E certi ricordi non si cancellano, anzi, se mai si ingigantiscono. Come per Dino Zandegù, che vinse il Fiandre del 1967: “C’erano meno muri di adesso, ma per me bastavano e avanzavano. E poi c’era Eddy Merckx, un muro umano insuperabile. Approfittai di un suo attimo di disattenzione, o distrazione, non oso dire debolezza perché lui era il più forte di tutti e sempre lo sarà. Io e Noel Foré, un belga, guadagnammo una ventina di secondi, e correndo in apnea li conservammo fino all’arrivo. Vinsi in volata perché Foré, sfinito, si staccò da solo. Poi venni intervistato da Adriano De Zan per la Rai. Mi disse che sotto il palco, e sotto la pioggia mista a neve, c’era un gruppo di minatori italiani. Per riscaldarli nelle ossa, e anche nel cuore, cantai due o tre strofe di ‘O sole mio’. Finimmo tutti fra le lacrime. I minatori mi abbracciarono, e riuscii a slacciarmi da quella stretta solo perché fui portato via per l’antidoping”.

Ciclisti di oggi

Nel 2017 il Giro delle Fiandre fu vinto dall’ex campione del mondo Philippe Gilbert. Per cavalcare i 260 chilometri del percorso, il belga impiegò sei ore, 23 minuti e 45 secondi, alla media di 40,651 all’ora. Una velocità che, per chi non conosce il ciclismo e i corridori, può sembrare pazzesca, se non addirittura sospetta. Eppure 51 anni fa Zandegù volò i 245 chilometri a 39,100 di media (in una giornata di tempesta). E se è vero che Fiorenzo Magni – tre vittorie consecutive, dal 1948 al 1950, che gli valsero il titolo di “Leone delle Fiandre” – per l’ultimo trionfo completò i 273 chilometri a più di 33 all’ora in otto ore e un quarto (21 arrivati dei 220 partiti), è vero anche che la differenza che esiste fra il ciclismo di allora e quello di oggi (le biciclette e le loro componenti, l’abbigliamento e l’assistenza, le strade e le loro superfici, ma anche gli allenamenti e l’alimentazione giunti a un livello di scienza) è paragonabile alla distanza che separa una macchina per scrivere da un personal computer. Immensa, incalcolabile.
I corridori sono come delle Formula 1. Se ai tempi di Gianni Brera le biciclette (gli anticavalli) erano considerate macchine, adesso, ai tempi di internet e tweet, a essere macchine (macchine pensanti, dunque macchine intelligenti, macchine con un cuore, dunque macchine sensibili) sono i corridori. Macchine atletiche 360 giorni l’anno, fra rodaggi, test e gran premi, fra studi elettronici, sinergie aeronautiche e gallerie del vento. Si dice che Marco Pantani – al netto dal doping - fosse un artista che vivesse di sensazioni. Oggi, comunque, non può più essere così. Vincenzo Nibali, specialista nelle corse a tappe (ha conquistato il Giro d’Italia nel 2013 e 2016, il Tour de France nel 2014 e la Vuelta di Spagna nel 2010, in attesa di sapere se gli sarà assegnata anche quella del 2017 per la posizione sospesa di Christopher Froome positivo al salbutamolo, un broncodilatatore indicato per chi soffre di asma, ma con capacità anabolizzanti e mascheranti), conduce una vita
monacale:

Allenamenti personalizzati, alimentazione calibrata, massaggi quotidiani, riposo inteso sempre come recupero, dai 30 ai 35 mila chilometri l’anno con quasi 100 giorni di corse, comprese certe classiche. Ho cominciato a correre da bambino e non ho più smesso. Avevo 15 anni quando emigrai in Toscana per fare il corridore, e certe notti, prima di addormentarmi, piangevo per la nostalgia. Questo è il mio quattordicesimo anno da professionista: guadagno bene, sulla mia strada ho incontrato e mi sono scelto tecnici, compagni e manager straordinari, ma nessuno mi ha mai regalato nulla.

Nella stagione del trionfo al Tour de France, “lo Squalo dello Stretto” è stato in sella, dall’11 dicembre 2013 (il primo giorno ufficiale del ritiro a Calpe, in Spagna; ma aveva già pedalato prima meno… ufficialmente) al 31 ottobre 2014 (quando è andato in vacanza per un paio di settimane) per 996 ore e 32584 chilometri. Traducendo e semplificando, è come se avesse pedalato consecutivamente per 41 giorni e mezzo (i giorni di gara furono 73, i chilometri in gara 11794, ma questo dipende dal calendario e dagli obiettivi). Traducendo e concretizzando, è come se il corpo di Nibali in sella avesse consumato 440 piatti di pasta da 100 grammi (350 chilocalorie) oppure 1400 petti di pollo da 100 grammi (100 chilocalorie). Si racconta che Fausto Coppi avesse 40 battiti al minuto, Gino Bartali addirittura 34. Nibali, nei periodi di massimo allenamento, scende a 33.
Lo stesso Froome, nonostante il caso-doping, è un ambasciatore del ciclismo totale. Totale per il tempo e per l’impegno. Il britannico ha cominciato il 2018 con una serie di allenamenti impressionanti per chi ha in programma – antidoping permettendo – sia il Giro d’Italia sia il Tour de France con l’obiettivo di coronare la doppietta (l’ultimo a riuscire nell'impresa è stato Marco Pantani nel 1998). Su Strava, l'app in cui si registrano i dati degli allenamenti, si evidenzia come Froome il giorno di Capodanno ha pedalato per 157 chilometri, che nella prima settimana è stato in sella circa 32 ore per più di mille chilometri, che ha fatto uscite di oltre 200 chilometri a più di 40 all'ora, che oltre alla bicicletta da corsa ha utilizzato anche quella, più rigida e meno guidabile, per le cronometro e quella, più pesante e più acrobatica, da cross country), che - in particolare - il 7 gennaio ha percorso 224 chilometri con 2 mila metri di dislivello partendo alle 5 del mattino, il tutto a una media di quasi 38 all'ora e da solo.

Il ciclismo è uno sport che produce sudore

Il ciclismo – lo diceva Enzo Ferrari, il “Drake” del Cavallino rampante – “è uno sport che produce sudore”, e il sudore accomuna, anzi, affratella professionisti e amatori. In Italia, se il ciclismo degli Aru e degli Ulissi, dei Viviani e delle Longo Borghini sembra in difficoltà (meno sponsor, dunque meno squadre, dunque meno corridori, dunque meno corse, dunque meno sponsor, in un circolo vizioso), il ciclismo dei bancari e degli architetti, degli impiegati e dei liberi professionisti, ma anche dei turisti e degli studenti, è in una formidabile ascesa. E spesso, chi sale in bici, fa come Nibali: non ne scende più. La Maratona dles Dolomites – da La Villa a Corvara in Val Badia, la prima domenica di luglio, con il Sellaronda ed eventualmente i passi del Falzarego e del Giau chiusi al traffico – ha sfondato la quota dei 10 mila partecipanti, a fronte di richieste per il quadruplo dei pettorali. L’Eroica – quella originale, di Gaiole in Chianti, la prima domenica di luglio, con oltre 200 chilometri di strade asfaltate e soprattutto bianche, un tracciato permanente, ma anche qui chiuso al traffico – ha superato il limite del numero chiuso (a 5 mila) e un anno fa è esondata a oltre 7 mila partecipanti con bici e abbigliamento d’epoca (bici ante 1987, con cambio sul tubo obliquo, gabbiette ai pedali e fili esterni, maglie e calzoncini di lana). Il movimento si alimenta e si moltiplica anche nelle città, con i sistemi di bici pubbliche a noleggio. Fino ad arrivare a uomini e donne che, prima o dopo il lavoro, si allenano in bici quasi come dei professionisti: i 10 mila chilometri l’anno, che prima erano una meta, un traguardo, un punto di arrivo, adesso sembrano quasi segnare la linea di partenza, o quella di demarcazione fra chi fa e chi è, fra chi fa sul serio e chi fa tanto per. Ed è anche la fortuna di tutte quelle aziende italiane (nell'attrezzatura, nell'allenamento, nell'abbigliamento, nell'alimentazione), che sostengono, indirizzano, disciplinano, proteggono e custodiscono questo mondo a pedali. Sui social è un continuo aggiornamento di itinerari e prestazioni, sulle strade è una continua crescita di praticanti in cerca di eterna giovinezza o di estremi risultati, sui pedali c’è anche un nuovo stile di vita e una nuova coscienza di benessere.
Il ciclismo – e questo lo sosteneva Alfredo Otiani, scrittore – “è il massimo di possibilità poetica consentita al corpo umano”. Lo è, anche con la specializzazione scientifica e tecnica, e lo sarà. Perché è, e sarà sempre, avventura, perciò mistero, improvvisazione e imprevedibilità. Se la squadra più forte tende a imporre strategie basate su medie così alte da non consentire neanche tentativi di fughe, ci sarà sempre qualcuno con la voglia urgente di provare, provare a scattare, provare a scappare, provare a sognare. Come Alberto Contador. Per l’addio al ciclismo, “il Pistolero” ha scelto la tappa più dura della sua ultima corsa, la Vuelta del 2017. Una tappa breve, 117 chilometri, ma terribile, in apnea: quella che terminava in cima all’Angliru, una cattedrale gotica nelle Asturie, il Mortirolo o lo Zoncolan spagnoli, come mettere tutti i muri delle Fiandre ma spietatamente uno dopo l’altro. Una giornata infame, un attacco da lontano, una cavalcata sfinente eppure poetica, un pubblico partecipe e affettuoso, musicale e colorato, senza nazionalità perché di tutte le nazionalità, infine la stoica resistenza alla crudele caccia di chi lo inseguiva sui tornanti, anche quelli della gloria. “Non c’era più tempo per dire addio”, ha sussurrato Contador ai microfoni, trasfigurato dal sacrificio: “In questa vita devi assaporare ogni giorno, ogni momento, ogni pedalata”. Ed è esattamente quello che, in diversi modi, e in diversi mondi, spesso anche inconsapevolmente, fanno a forza di pedali tutti i Contador, anche quelli che non si sono mai attaccati il numero sulla schiena.

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