Arctic surf: sulle onde delle Isole Lofoten

I pionieri hanno cominciato nel 1963, quando soltanto parlarne sembrava una follia. Oggi esiste una scuola che vuole insegnarlo persino ai bambini, e fare surf nelle terre di ghiaccio non è più una cosa “da marziani”.

Tutti i surfer conoscono i break di El Hierro a Fuerteventura dove il vento non smette mai di alzare la spuma, schizzandola a decine di metri. C’è chi va a Mundaka Beach, due passi da Bilbao, per passeggiare su spot che raggiungono anche 400 metri in lunghezza e 6 in altezza. Altri preferiscono Superbotos in Portogallo per sentirsi alle Hawaii dentro tubi che sembrano irreali tanto sono perfetti. O le spiagge francesi di Biarritz nell’enclave hipster del surf francese, tra birre e grigliate. Ma quelli veri, quelli che ancor prima di appoggiare i piedi su una tavola già sanno che solo il viaggio sarà un’avventura , puntano verso nord, piantando una bandierina in mezzo all’Atlantico norvegese.

There’s no reason to go there

Non gliene frega niente se fuori fa meno 20 gradi, se tira un vento laterale che sposterebbe un Land Rover Defender, se alla fine bisogna fermarsi in una baita di sicurezza perché a un metro di distanza vedi solo neve. Quelli che sul portapacchi hanno sei o sette tavole da surf pensano solo ad arrivare a Unstad, 100 miglia sopra il Circolo Polare Artico, in quel dito di un Dio vichingo che ha disegnato le Isole Lofoten.

"Why? There’s no reason to go there", chiede meravigliato un agente dell’aeroporto di Oslo. Soprattutto perché davanti c’è un muro di 16 ore in auto fino a Bodo, altre 3 ore e trenta di traghetto e gli ultimi 90 minuti di marce ridotte su strade gelate.
Eppure, c’è più di una ragione per andare a Unstad. Le cerchi con gli occhi scrutando quanto sono buoni i break point, i punti dove rompono le onde, le senti come lo sbandare dei vagoni di una metropolitana. Poi ti giri un po’ più in là e vedi cadere le montagne innevate dentro l’oceano. Poi lo sguardo si sofferma in mezzo, cercando di capire se quelli che scruti sulla baia sono grosse rocce o leoni marini spiaggiati che si godono due raggi di sole. E poi le luci verde acido, il rosso e il blu mescolati insieme dell’aurora boreale, che come tutte le magie durano troppo poco.

Non importa quanto pianifichi il viaggio, madre natura sarà sempre al comando.

20 abitanti, 100 pecore, 200 surfisti

Benvenuti a Unstad. Una ventina di abitanti, 100 pecore e 200 surfisti che in inverno scongelano con acqua calda le sacche delle tavole, inforcano le mute e si tuffano dentro l’acqua artica che brucia come il fuoco. Le dita e il viso si gonfiano subito, la testa implora una scatola di analgesici, i piedi sono solo un’appendice anatomica di cui non riconosci più la funzione. Ma alla fine, il miracolo del surf si compie sempre. Basta guardare i maghi del longboard che camminano sulle tavole oversize come Cristo che passeggiava sul Lago di Tiberiade. O la poesia delle virgole scritte dagli shortboarder, prima di scomparire dentro un tube che pare congelarsi da un momento all’altro. Dalla strada si sentono le grida dei surfisti, la goduria di vivere per qualche giorno nella California dell’Artico, quel senso di sfida e conquista pionieristica che è nel sangue di ogni atleta.

Tutta colpa di Thor e Hans

Oggi Unstad è sulle mappe internazionali del surf, ma ancora tra quelle meno battute perché servono un bel po’ di volontà e follia per arrivare qui. Che sono nulla, però, se confrontate con quelle dei due norvegesi che si tuffarono per primi tra queste onde, Thor Frantzen e Hans Egil Krane.
Era il 1963, nemmeno un negozio di attrezzatura tecnica in tutta la nazione, l’unione di surf e Norvegia assomigliava piuttosto a una battuta da avanspettacolo che avrebbe infiammato la platea. Eppure i due giovanotti ben piazzati iniziarono a costruire le loro tavole con della schiuma irrigidita dalle pagine dei quotidiani, chiudendola dentro dei gusci di resina e fibra di vetro, con grafiche ispirate alle copertine dei vinili dei Beach Boys. Sulla protezione dal freddo decisero di lavorare subito dopo un primo test autunnale, eseguito in costume da bagno. Visto che la sensazione “a pelle” era stata molto simile a quella dell’ipotermia, decisero di creare un mix tra maglioni di lana incatramati e indumenti da sub in stile omino Michelin. Insomma, Unstad poteva finalmente assegnare l’onorificenza di matti di paese a Thor e Hans.

Abbigliamento da surf più tecnico, stessa filosofia

Certo, l’attuale abbigliamento tecnico è molto più efficace e confortevole di quello di 40 anni fa. Il rivestimento interno è pensato per intrappolare e riflettere il calore del corpo migliorando il flusso sanguigno. Le saldature termiche permettono una totale impermeabilità e lo spessore graduale del neoprene consente di tenere al caldo il busto garantendo maggiore mobilità a braccia e gambe. Ed esistono anche mute con una batteria che genera calore e riesce a scaldare anche le estremità degli arti. Ma quella che non è cambiata a Unstad è l’attitudine a far accadere qualcosa che la gente del posto continua a guardare con scetticismo.
Si sa, la pazzia genera pazzi, anche nel senso di procreazione: dopo Thor, la figlia Marion Frantzen ha deciso di rispolverare l’attività di famiglia creando la Unstad Artic Surf Experience nel 2003, quando anche il padre le diceva: "Occhio che qui finiamo tutti in malora".

La scuola di surf più a nord del pianeta

Se Thor era riuscito a creare una safe house per surfisti, l’avamposto più a nord del Pianeta oggi si è trasformato in molto di più. Marion gestisce una scuola che accoglie bambini con famiglia al seguito, pensionati e surfer esperti. Durante l’estate le onde sono più docili, ma sono sempre presenti grazie a una soglia rialzata sul fondale che crea un break in qualsiasi momento dell’anno. In autunno, le prime tempeste garantiscono una perfetta onda mancina che permette di surfare fino allo sfinimento. L’inverno è invece riservato all’élite dei professionisti che se la sente di sfidare il freddo, senza fare la fila: quella di Unstad è una baia molto spaziosa e molto più affascinante delle classiche mete tropicali.
Il corso entry level per principianti di quattro ore costa 126 euro. Ma il pacchetto più gettonato è l’Hang Loose Weekend: con 262 euro è possibile soggiornare in un bungalow, affittare tavola e muta, entrare in sauna e usufruire del trasferimento da e per l’aeroporto più vicino. Per chi non si accontenta del surf ci sono pure le escursioni sulla neve in fat bike, sci, snowboarding, skateboarding e da fine maggio a metà luglio è possibile fare snorkeling sotto il sole di mezzanotte.

La gente ci vedeva come se venissimo da Marte, si vede che oggi è pieno di marziani.  Thor Frantzen

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