Allenarsi per fede: il ruolo della religione nella performance sportiva

Tanto se ne è parlato nel 2012, quando per la prima volta dopo oltre trent’anni il periodo sacro è coinciso con i giorni delle Olimpiadi. Se ne è tornato a discutere nel 2016, con le Olimpiadi di Rio, quando si è verificata di nuovo la stessa coincidenza. E di recente il tema è tornato a occupare le pagine dei giornali e gli studi televisivi, dal momento che quest’anno la finale della Champions League cadrà anch’essa nel pieno del Ramadan.

È una questione importante e complessa che, dall'identità alla religione, fino alla salute, coinvolge diverse dimensioni di straordinaria delicatezza, ponendo un quesito che si è già mostrato essere controverso: ci si può allenare, magari prepararsi per una competizione importante, essendo a digiuno?

Ramadan: il mese della fede e del digiuno

Il Ramadan è il nono mese del calendario musulmano, il mese sacro dedicato alla preghiera e al digiuno. In questo periodo dell’anno tutti gli uomini e le donne di fede islamica, con la sola eccezione delle persone malate, di quelle in viaggio, dei bambini e delle donne incinte, sono tenuti ad astenersi quotidianamente da cibo, acqua e qualsiasi altro tipo di bevanda, fumo e rapporti sessuali, dall'alba fino al tramonto. Si tratta della più sentita tra le ricorrenze religiose dell’Islam, durante la quale si celebra la prima rivelazione del Corano a Maometto, e costituisce uno dei cinque pilastri della religione islamica.

Che gli atleti musulmani si trovino periodicamente di fronte a una sfida che esula dal campo di gioco, dovendo limitare ai due soli momenti del suhur e dell'iftar (rispettivamente, prima dell’alba e dopo il tramonto) l’assunzione di cibo e bevande, appare chiaro.

Prima ancora di cercare la soluzione migliore per continuare ad allenarsi in condizioni fisiche certo non favorevoli, in più, si pone loro il problema di decidere se rispettare i precetti della propria religione o sacrificare la propria appartenenza culturale e il proprio credo per evitare il rischio di compromettere preparazione e performance. Una situazione di stress che non può che intensificarsi se la competizione che si sta preparando è prevista proprio nel corso del Ramadan.

Cibo, ma soprattutto acqua

Anche più del cibo, a rappresentare un limite significativo nell'allenamento degli atleti che scelgono di attenersi ai precetti religiosi è il dovere di astenersi dal bere: la combinazione di intenso sforzo fisico e impossibilità di assumere liquidi rendono quello della disidratazione un rischio concreto e non trascurabile che, oltre a minare la qualità dell’allenamento, può minacciare salute e condizione fisica generale degli sportivi.

Questo significa che Ramadan e allenamento sono incompatibili? Anche se l’opinione è tutt’altro che unanime, sembra possibile indicare con un certo grado di certezza una risposta tendenzialmente negativa: allenarsi durante il Ramadan, con gli indispensabili accorgimenti del caso, si può.

Come è facile intuire, non tutti rispondono allo stesso modo a un simile stress fisico. Per questa ragione sono in molti a consigliare di diminuire carico e intensità dell’allenamento nella prima settimana di Ramadan, di modo da tenere sotto controllo la reazione del corpo al digiuno e permettergli di adattarsi alla nuova situazione. Passati i primi giorni, si avrà una percezione migliore delle proprie condizioni e, di conseguenza, si potrà meglio distribuire il carico di allenamento che si pensa di riuscire ad affrontare. Insomma, il consiglio fondamentale non suonerà agli atleti come una novità: prima di tutto, bisogna saper ascoltare il proprio corpo.

Ma il digiuno per fede è davvero un ostacolo?

Nonostante il tema si stia imponendo con forza sempre maggiore, gli studi sul rapporto tra Ramadan e performance sportiva non sono ancora molti. Il tema è articolato e le variabili da considerare moltissime. Comunque, le ricerche che sono state condotte hanno prodotto risultati decisamente interessanti.

Ron Maughan, professore di Sport and Exercise Nutrition alla Loughborough University, ha studiato gli effetti del digiuno sulle prestazioni degli atleti che hanno partecipato alle Olimpiadi di Londra 2012. Dalla sua ricerca è emerso che il digiuno ha un impatto sull’attività degli atleti impegnati in discipline che richiedono uno sforzo fisico particolarmente intenso, su tutte la maratona, ma in termini più generali l’effetto si può considerare relativamente ridotto.
Più difficile, invece, è risultato misurare la relazione tra il digiuno e le prestazioni in sport con dinamiche più complesse, come il calcio, dove secondo Maughan bisognerebbe considerare variabili quasi impossibili da valutare.

In ogni caso, il professore ritiene che si potrebbe parlare di un impatto non molto significativo anche per questo sport, come confermato dalla ricerca condotta da Michel D'Hooghe, presidente del comitato medico della FIFA, in collaborazione con la federazione calcistica algerina.

Quando il digiuno migliora la prestazione

Il canottiere Mohamed Sbihi, vincitore della medaglia d’oro nel "4 senza" alle Olimpiadi di Rio 2016, ha una posizione ancora più insolita sulla questione, e certo gli elementi per difenderla non gli mancano: è proprio in una gara sostenuta durante un periodo di digiuno che ha stabilito il suo record personale.

E sulla tesi secondo cui il digiuno può diventare uno stimolo utile a migliorare la performance ha costruito una ricerca per la sua laurea in Scienze dello sport, dimostrando come la maggior parte delle persone, nel percepire di trovarsi in una condizione di svantaggio, aumentino naturalmente il livello di impegno, trasformando le difficoltà di partenza in un punto di forza.

Che si percepisca il digiuno religioso come un’occasione o un ostacolo, per alcuni l’opportunità di praticarlo non è nemmeno in discussione. È il caso di Ibtihaj Muhammad, schermitrice passata alla storia per essere stata la prima atleta statunitense a competere alle Olimpiadi, quelle di Rio 2016, indossando un hijab.

In un’intervista all'Huffington Post poco prima delle Olimpiadi brasiliane, dove ha conquistato la medaglia di bronzo nella sciabola a squadre, l’atleta ha dichiarato:

Per me la fede è una priorità. Per questo non mi sono mai chiesta se praticare o meno il digiuno nei periodi di allenamento. Da quando competo a questo livello, ho sempre dovuto allenarmi e contemporaneamente digiunare. L’unica differenza per me è che ora sono nel mezzo della preparazione per le Olimpiadi.

Per gestire al meglio la preparazione durante il Ramadan, Ibtihaj Muhammad ha modificato la sua intera routine di allenamento e corretto la sua dieta, integrando la carne che negli altri periodi dell’anno consuma di rado e prediligendo cibi ad alto contenuto di acqua.
Comunque, quella di praticare o non praticare il digiuno in vista di una competizione importante rimane una scelta molto personale: i casi di atleti che hanno preferito spostare il periodo di astensione in un altro momento dell’anno o si sono rivolti ad autorità religiose per essere dispensati dalla pratica del Ramadan sono molte.

Come già sottolineato, è prima di tutto una questione di autoconsapevolezza, che ha più a che fare con la percezione delle proprie potenzialità e dei propri limiti fisici che con l’attaccamento alla propria cultura e alla propria fede: senza dubbio, in nessun caso si tratta di una decisione presa a cuor leggero.

La fede dell'atleta

Quella del Ramadan è certamente una ricorrenza unica, un elemento che fortissimamente caratterizza la religione islamica e la vita di chi la professa. Tuttavia, a prescindere dal fatto che non esiste quasi religione che non prescriva precisi comportamenti alimentari, più o meno circoscritti a specifici momenti dell’anno, il rapporto tra religione e sport va molto al di là della "questione Ramadan", dimostrandosi indipendente dai particolari credo.

Nel suo libro Bounce: The Myth of Talent and the Power of Practice, il giornalista britannico Matthew Syed ha teorizzato come la fede religiosa, qualsiasi tipo di fede religiosa, possa influire positivamente sulle prestazioni e l’intera carriera di un atleta. Secondo Syed la fede avrebbe il potere di ridurre l’ansia e accrescere la fiducia in se stessi, sostenendo gli atleti nella gestione delle continue situazioni di stress cui sono sottoposti.

Inoltre, preghiere e rituali avrebbero la capacità di infondere negli atleti un benefico senso di controllo anche su ciò che è per natura indipendente dai loro sforzi. Ancora nel libro di Syed si legge di come la fede sia in grado di fornire agli sportivi di più alto livello un significato capace di giustificarne gli sforzi, salvaguardandone la motivazione e aiutandoli a superare i momenti più difficili, come le sconfitte e gli infortuni.

E se si volge lo sguardo verso il mondo dello sport statunitense, e quello del football americano in particolare, per lo scetticismo sembra rimanere davvero poco spazio: in un paese dove circa il 25% della popolazione si identifica come cristiano evangelico, il numero stimato di giocatori evangelici della National Football League sfiora il 40%.

Quella dei Philadelphia Eagles, la squadra che compete nella East Division della National Football Conference per la città di Filadelfia, è forse la storia in assoluto più emblematica: si guardi soltanto al video, ripreso anche da un articolo del Washington Post, nel quale Carson Wentz, quarterback della squadra, si fa promotore del “Football Sunday”, un movimento creato dai giocatori della NFL allo scopo di trasformare il football in “un’opportunità di evangelizzazione per le chiese evangeliche di tutto il mondo”. Gli stessi Philadelphia Eagles, peraltro, quest’anno sono stati protagonisti insieme ai New England Patriots di Boston, del Super Bowl, la finale del campionato della National Football League.

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